ROMA – Non doveva essere un addio. Quando Gianfranco Pannone e Alberto Anile entrarono nella casa romana di Goffredo Fofi, l’obiettivo era intervistarlo per un altro progetto, dedicato a Orson Welles. Nessuno poteva sapere che quelle immagini avrebbero assunto, pochi mesi più tardi, tutt’altro significato. Da quell’incontro nasce Ma per seguir virtute e canoscenza, cortometraggio montato da Erika Manoni e presentato alle Giornate degli Autori nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia. Un ritratto breve e volutamente lontano dalla celebrazione di un uomo che, del resto, delle celebrazioni aveva sempre diffidato. Critico, saggista, pedagogista, militante, animatore culturale: nessuna definizione è mai sembrata sufficiente per contenere Goffredo Fofi. Forse perché il suo ruolo è stato soprattutto un altro: osservare il proprio tempo senza accomodarvisi. Con Gianfranco Pannone abbiamo parlato di quell’ultima conversazione, ma anche dell’eredità di Fofi, della critica, del conformismo culturale e di un cinema italiano che avrebbe ancora disperatamente bisogno di qualcuno capace di scompigliare le cose.
Gianfranco, partiamo dal titolo, Ma per seguir virtute e canoscenza. C’è Dante, naturalmente, ma applicato a Fofi sembra quasi una dichiarazione programmatica sulla sua intera esistenza. Perché avete scelto proprio queste parole per raccontarlo?
«Semplicemente, a me e ad Alberto Anile sembravano le più opportune, non solo perché è Fofi stesso a citarle nell’intervista, ma perché siamo entrambi convinti che l’inquietudine che ha caratterizzato il suo percorso di intellettuale ben si adatti alle parole “virtù” e “conoscenza”. Sono, insomma, sostantivi preziosi in questi giorni difficili, che vanno preservati con passione e ostinazione, caratteristiche che certo a Fofi non mancavano».
Quando tu e Alberto Anile avete incontrato Fofi non potevate sapere che quella sarebbe diventata la sua ultima intervista. Quanto cambia il significato delle immagini quando, improvvisamente, ciò che avete filmato smette di essere una conversazione e diventa una testimonianza definitiva?
«Goffredo ci aveva detto di fare presto con l’intervista e noi, poco più di un anno fa, ci siamo mossi abbastanza celermente con i nostri produttori, ma certo non pensando a una fine immediata, piuttosto “approfittando” della sua disponibilità. Tuttavia, dal punto di vista registico, volevo che non fosse esclusivamente un’intervista: da qui il “fuori onda” di lui seduto in poltrona che legge i giornali e i dettagli più significativi del soggiorno-studio di casa sua. Cose che rimangono oltre la parola. E infine, a distanza di qualche mese, io e Alberto abbiamo deciso di staccare quel che Fofi ci ha detto, oltre alle parole su Orson Welles in Italia, motivo per cui l’avevamo intervistato, per montare con Erika Manoni un documentario breve che restituisse una piccola ma significativa parte di questa figura necessaria del nostro panorama culturale. E certo la distanza temporale ci ha permesso di dare maggior forza alle parole di Fofi».
Fofi aveva un rapporto quasi allergico con la celebrazione e con la retorica. Come si realizza un film su una persona così senza tradirla proprio nel momento in cui la si vuole omaggiare?
«Lo si realizza soprattutto mettendosi in ascolto dell’altro. Se è vero che spesso può essere un vantaggio avere per le mani un testimone retorico e istrione, intervistare una persona – e che calibro di persona! – che preferisce pensare e parlare “in minore” è di sicuro più stimolante. E credo che, almeno da questo punto di vista, io e Anile non abbiamo tradito Fofi; piuttosto abbiamo provato a restituirlo, seppur parzialmente, per quello che è. In parole povere, mi piace pensare che Goffredo si riconoscerebbe in questo corto».
Fofi è stato critico cinematografico, saggista, animatore culturale, pedagogista, militante. Ma forse tutte queste definizioni, messe insieme, continuano a non contenerlo. Tu che lo hai avuto davanti alla macchina da presa, chi era veramente Goffredo Fofi?
«Fofi per me è stato – ed è – un magnifico provocatore; un laico ironico e schietto, davanti al quale era passato un bel pezzo del nostro Novecento, che teneva a debita distanza tutte le ideologie, ogni cosa che portasse una visione verticale delle cose, in nome di una verità direi francescana: il mio pensiero non si impone, è umano. A lui si adattano bene le parole di Ignazio Silone quando si disse cristiano senza chiesa e socialista senza partito. Ma non va dimenticato che il suo maestro è stato un grande pedagogo che ho avuto la fortuna di conoscere: Danilo Dolci, uomo di pensiero-azione che fece di Partinico, in Sicilia, il primo importante avamposto contro la mafia. E Goffredo, scrittore e polemista ma, non dimentichiamolo, da giovane anche maestro elementare, negli anni che annunciavano il “boom” economico, era con lui».
Fofi non aveva paura di stroncare, polemizzare, cambiare idea, inimicarsi qualcuno. Oggi, tra festival, junket, social network, uffici stampa e rapporti sempre più ravvicinati tra industria e informazione, quanto spazio rimane per una critica realmente indipendente?
«Io credo che gli spazi per una critica indipendente esistano ancora, ma, come insegna Fofi, bisogna andarseli a cercare, persino con un po’ di spregiudicatezza, trovando, se serve, anche piccole caselle in certi luoghi inattesi. Ricordo, per esempio, quando per un periodo Goffredo scrisse le sue recensioni, senza subire alcuna restrizione, sul settimanale Panorama acquistato da Berlusconi: quante critiche! Ma, a pensarci bene, furono le stesse che si prese Pasolini quando scrisse nei primi anni Settanta sul Corriere della Sera le sue “Lettere luterane”».
Da tempo discutiamo della crisi del cinema italiano, delle sale vuote e della difficoltà di costruire nuove generazioni di autori. Fofi probabilmente avrebbe diffidato delle spiegazioni troppo semplici. Secondo te qual è la domanda che oggi non ci stiamo facendo?
«La domanda che mi faccio, oso pensare non lontana da quella di un Fofi, è questa: perché tutto questo conformismo? A cui ne seguono altre che possono dar vita a diverse risposte: desiderio di piacere a tutti i costi? Una prevalente mentalità da marketing? Scarsa profondità culturale? Vero è che siamo diventati tutti dei consumatori distratti; tuttavia non mi basta chiuderla così, anche perché qualche giovane promessa, in questo “Paese senza” che è l’Italia, come intitolò Alberto Arbasino un suo noto libro-pamphlet, io la vedo, come del resto la vedeva anche Fofi. La verità è che è venuta meno una certa “aura” che un tempo circondava registi, attori, intellettuali, persino alcuni politici. È un bene? È un male? Credo che il conformismo diffuso abbia livellato ogni cosa e che questo oggi lo paghiamo con un consolatorio “basta che funzioni”, ma non perdo la speranza».
C’è poi la questione dei giovani, che per Fofi non erano una categoria da celebrare paternalisticamente, ma persone da mettere nelle condizioni di fare. Quanto manca oggi nel cinema italiano qualcuno disposto non soltanto a “scoprire” un giovane autore, ma ad accompagnarlo, contraddirlo e perfino lasciarlo sbagliare?
«Il sistema cinema è paternalisticamente chiuso. Diciamo che le generazioni al potere – due, se non addirittura tre – permettono ogni tanto a un giovane di entrare nel gioco, per così dire. È un po’ quello che in questi anni accade con il nostro calcio, che non sperimenta o, meglio, che non permette di sperimentare. Basta una voce fuori dal coro per creare scompiglio, ma qualunque cosa, dal cinema allo sport, dalla letteratura alla politica, necessita di qualcuno che venga a scompigliare le cose. Proprio come ha saputo fare, non senza contraddizioni – ma ben vengano anche quelle! – Goffredo Fofi».




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