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Verity: la recensione. Se sai raccontare bene una storia, la verità diventa quasi secondaria

Anne Hathaway e Dakota Johnson nel thriller di Michael Showalter, dove scrivere significa soprattutto decidere a chi credere.

ROMA – Una storia scritta bene può essere più convincente della verità. È probabilmente questa la cosa più interessante di Verity, adattamento del bestseller di Colleen Hoover diretto da Michael Showalter: non tanto scoprire chi mente, ma accorgersi di quanto velocemente siamo disposti a credere alla versione migliore. Quella più dettagliata, più sconvolgente, più difficile da dimenticare. Perché un manoscritto può essere una confessione, oppure può essere semplicemente un manoscritto. E Verity, almeno quando si fida di questa ambiguità, sa perfettamente quanto sia sottile la distanza tra le due cose.

Lowen Ashleigh (Dakota Johnson) è una scrittrice in difficoltà quando le viene offerta un’occasione difficile da rifiutare: completare la serie di romanzi della celebre Verity Crawford (Anne Hathaway), rimasta gravemente ferita in un incidente. Per farlo deve trasferirsi temporaneamente nella casa della donna, dove vive anche suo marito Jeremy (Josh Hartnett), e soprattutto immergersi nei suoi appunti. È lì che trova un testo che non avrebbe dovuto leggere. Pagine intime e disturbanti che sembrano riscrivere completamente la donna che tutti credono di conoscere.

Il meccanismo del thriller parte da qui, ma è quello che succede alla scrittura a rendere Verity più curioso del mistero che mette in scena. Lowen viene assunta per appropriarsi professionalmente della voce di un’altra donna e finisce, poco alla volta, per entrare anche nel resto della sua vita. Prima nei libri, poi nella casa, nel matrimonio, nel desiderio, quasi nella sua identità. Il mestiere di ghostwriter smette allora di essere un dettaglio della trama e diventa una metafora piuttosto precisa di quello che stiamo guardando. Perché il fantasma, paradossalmente, non è Lowen. È Verity.

Immobilizzata, silenziosa per buona parte del presente narrativo, apparentemente privata di qualsiasi possibilità di azione, Verity Crawford è comunque dappertutto. È nelle stanze della casa, negli oggetti, nei ricordi di Jeremy e soprattutto nella testa di Lowen. Persino quando non compare nell’inquadratura, continuiamo a cercarla. Ed è qui che Anne Hathaway capisce forse meglio di chiunque altro quale film potrebbe essere Verity. La sua interpretazione non ha paura dell’eccesso: è algida e seducente, teatrale, inquietante, a volte deliberatamente sopra le righe. Non prova a rendere ordinato un materiale che ordinato non è. Hathaway usa perfino l’immobilità come una forma di presenza. Uno sguardo, un movimento quasi impercettibile, il dubbio che qualcosa sia accaduto mentre Lowen guardava altrove. Verity sembra sempre avere un vantaggio sugli altri, anche quando teoricamente non dovrebbe averne nessuno. E quando il film le permette di liberarsi dalla compostezza che lo circonda, diventa immediatamente più vivo.

È interessante allora che dall’altra parte ci sia Dakota Johnson, attrice alla quale viene spesso rimproverata proprio una certa distanza emotiva. Qui quella sottrazione, almeno inizialmente, ha un senso. Verity occupa lo spazio, Lowen lo osserva. Verity seduce, Lowen desidera. Verity è una scrittrice di successo, Lowen deve scrivere nascondendo il proprio nome dietro quello di qualcun altro. Una sembra già sapere perfettamente chi è; l’altra entra nella storia proprio perché, in qualche modo, deve ancora scoprirlo. Il problema non è quindi tanto la freddezza della Johnson, quanto ciò che la sceneggiatura decide di farne. La trasformazione di Lowen avrebbe bisogno di tempo, perché è proprio nella contaminazione progressiva tra le due donne che Verity potrebbe trovare la sua parte più disturbante. Invece alcuni passaggi arrivano troppo velocemente, e decisioni che dovrebbero sembrare la conseguenza inevitabile di un’ossessione finiscono per assomigliare alle necessità di un thriller che deve arrivare alla svolta successiva.

Anche Jeremy, interpretato da Josh Hartnett, finisce così per essere meno interessante delle due donne che dovrebbero contenderselo. Perché, a guardare bene, il vero triangolo di Verity non è nemmeno Lowen-Verity-Jeremy. È Lowen, Verity e l’immagine di Verity che Lowen costruisce attraverso ciò che legge. Jeremy diventa quasi il territorio sul quale quella battaglia viene combattuta. E anche la casa finisce per appartenere molto più a Verity che a lui: Lowen vi entra da estranea e, stanza dopo stanza, viene assorbita dalla presenza di una donna che sembra dominarla persino quando non può muoversi. Una dinamica che ricorda Rebecca di Alfred Hitchcock, dove una giovane donna arrivava in una casa ancora completamente infestata dal ricordo della precedente moglie del marito, con una differenza importante: Showalter evoca quella sensazione di intrusione e sostituzione, ma non riesce a trasformare gli spazi in una presenza altrettanto minacciosa.

Ed è proprio qui che emerge il limite più evidente del film. Verity contiene praticamente tutto ciò che servirebbe per diventare un thriller erotico adulto, perverso e felicemente sgradevole: sesso, morte, maternità, gelosia, manipolazione, desiderio, violenza, ossessione. Eppure sembra continuamente arrivare sul punto di abbandonarsi al proprio materiale per poi ricomporsi. Non è una questione di mostrare di più. È una questione di osare di più. Il cinema ha avuto thriller erotici capaci di capire che desiderio e pericolo funzionano proprio perché possono diventare eccessivi, sporchi, persino ridicoli. Verity sembra conoscerne la grammatica, ma volerla ripulire. La casa è bellissima, la fotografia controllata, i costumi impeccabili, la musica sa quando deve suggerirci che qualcosa non va. Tutto è al posto giusto. Forse troppo.

Ed è curioso, perché il materiale da cui parte non chiede affatto di essere disciplinato. Chiede di essere abbracciato anche nella sua componente melodrammatica, assurda, erotica e quasi camp. Hathaway sembra comprenderlo e, non a caso, alcune delle sequenze più riuscite sono proprio quelle in cui il film smette per qualche minuto di preoccuparsi di essere elegante. Quando invece prova a trasformare quella materia incandescente in un thriller psicologico più convenzionale, perde parte della sua personalità. Non serve aver letto il romanzo di Colleen Hoover per accorgersene, né stabilire se il film sia più o meno fedele al fenomeno editoriale da cui proviene. Come oggetto cinematografico, Verity possiede già un’idea abbastanza forte da reggersi da solo: chi controlla una storia può finire per controllare anche la percezione che abbiamo della realtà.

Ed è qui che il manoscritto trovato da Lowen diventa molto più di un espediente narrativo. Leggere significa entrare nella testa di Verity, ma significa anche accettare, almeno temporaneamente, le sue regole. Noi sappiamo quello che Lowen sa. Vediamo Verity attraverso quello che Lowen ha letto. Cominciamo a interpretarne ogni sguardo dopo che qualcuno ci ha già suggerito come interpretarlo. Il film ci mette quindi nella stessa posizione della protagonista: crediamo di stare raccogliendo prove, quando forse stiamo semplicemente seguendo una narrazione. È questa la parte di Verity che resta più interessante anche quando i suoi meccanismi diventano prevedibili o il gusto per il colpo di scena prende il sopravvento. Perché una volta insinuato il dubbio, stabilire quale versione dei fatti sia definitivamente vera diventa quasi meno importante.

In fondo Lowen entra in quella casa per finire una storia che Verity non può più scrivere. Il paradosso è che, dall’inizio alla fine, è ancora Verity a decidere come quella storia verrà letta. E forse è questo il suo trucco migliore: non convincerci di aver detto la verità, ma raccontarcela così bene da farci desiderare che lo sia.

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