VENEZIA – C’è qualcosa che marcisce sotto la superficie di L’estranea. Non si vede subito, non ha neppure bisogno di mostrarsi. Sta nei silenzi, nei corpi, nelle stanze troppo ordinate, negli sguardi che arrivano sempre un istante dopo le parole. Paolo Strippoli costruisce il suo terzo film come si costruisce un incubo quando non si è ancora deciso se chiamarlo realtà.
Tutto comincia a Roma, nel quartiere San Lorenzo, sotto una pioggia insistente. Anna, interpretata da una Jasmine Trinca magnetica e dolorosa, si presenta improvvisamente alla porta della figlia Alice, Romana Maggiora Vergano, con cui non ha più un rapporto da tempo. Non arriva per una visita, né per ricucire semplicemente un rapporto interrotto. Arriva perché sente che il tempo sta finendo e che esiste una storia che Alice deve finalmente conoscere.
Ventisette anni prima, infatti, qualcosa ha distrutto la famiglia.
Anna decide di raccontarle cosa è realmente accaduto. Da quel momento il film comincia a muoversi avanti e indietro tra presente e passato, tra Roma e Bari, seguendo le conseguenze di un evento che inizialmente rimane ai margini e che viene ricostruito poco alla volta. La vicenda familiare si allarga progressivamente e coinvolge le diverse figure che ne hanno determinato la frattura: Alice, il fratello, il padre, Adriano Giannini, e la madre. Quattro prospettive, quattro capitoli che compongono un unico racconto e che modificano continuamente la percezione di ciò che abbiamo appena visto.
Il tutto tenuto appeso dalla famosa Estranea, una strepitosa Valeria Bruni Tedeschi.
È una scelta narrativa importante, perché Strippoli non consegna mai allo spettatore una verità definitiva. Ogni nuovo tassello sembra chiarire il precedente e, allo stesso tempo, renderlo più ambiguo. Il passato non è qualcosa che si può semplicemente raccontare: è qualcosa che ritorna, si deforma, viene rimosso, giustificato e infine presenta il conto. E proprio il passato è una delle presenze più forti del film.
La pioggia che accompagna il ritorno di Anna non è soltanto un elemento visivo. L’acqua diventa una sorta di materia che attraversa l’intero racconto. È un cinema fisico quello di Strippoli, spesso disturbante, capace di trasformare gli elementi naturali e gli spazi domestici in luoghi di minaccia. Una casa può diventare un teatro dell’orrore, un gesto d’affetto può assumere una forma inquietante, un corpo può raccontare una violenza che le parole cercano disperatamente di nascondere.

Ma L’estranea non è interessato soltanto allo spavento. Il genere è lo strumento attraverso cui Strippoli parla di qualcosa di profondamente concreto: il bisogno di apparire, di essere all’altezza di un modello di vita, di costruire una famiglia che dall’esterno sembri perfetta. Una perfezione che lentamente diventa una prigione.
Voler bene a qualcuno significa, in teoria, accettarlo per ciò che è. Ma cosa succede quando l’amore pretende invece di stabilire chi quella persona dovrebbe diventare? Quando il desiderio di proteggerla si trasforma nel bisogno di correggerla, plasmarla, indirizzarla verso un’immagine ideale? E cosa rimane quando, per difendere quella stessa immagine, si è disposti a sacrificare tutto?
Strippoli porta questa domanda dentro una famiglia e la spinge progressivamente verso il territorio dell’incubo.
L’estranea parla di ciò che accade quando una famiglia cerca di cancellare una ferita invece di affrontarla. La rimozione non elimina il trauma: lo conserva. Lo sposta. Lo trasmette. E quello che una persona non riesce a risolvere dentro di sé può finire per diventare il peso di qualcun altro.
Da questo punto di vista, il film assume anche una dimensione sociale sorprendentemente forte. Dietro la storia di questa famiglia c’è infatti un’idea di società fondata sulla prestazione, sull’apparenza e sulla necessità di dimostrare continuamente di avere raggiunto qualcosa. Essere felici non basta: bisogna sembrarlo. Avere una famiglia non basta: deve essere quella giusta. Essere genitori non basta: bisogna dimostrare di esserlo nel modo considerato migliore.
È una forma di violenza molto contemporanea, perché spesso si presenta con il volto della cura.
Ed è qui che Strippoli trova il suo bersaglio più interessante: nel momento in cui la ricerca della perfezione smette di essere un desiderio e diventa un’ossessione. Quando l’immagine che abbiamo costruito della nostra vita diventa più importante della vita stessa.
Il senso di questo film è racchiuso nell’ultima sequenza, affidata alle donne che per tutto il film sono state così considerate dal regista. È attraverso di loro che emerge la possibilità di spezzare il meccanismo: smettere di trasmettere il dolore, riconoscere ciò che è stato ereditato e decidere, finalmente, di non consegnarlo a qualcun altro.
È un momento che restituisce al film una dimensione emotiva inattesa. Dopo tanta tensione, tanta violenza e tanta ambiguità, rimane soprattutto il dolore. Ma insieme al dolore compare anche l’idea che una storia familiare non debba necessariamente ripetersi.
Per questo L’estranea non è, in fondo, un film sulla colpa. È un film sulla trasmissione della colpa. Su quello che passa da una generazione all’altra senza che nessuno abbia scelto di riceverlo. Su come una ferita, se non viene riconosciuta, possa cambiare forma e continuare a vivere dentro qualcun altro.
Ed è proprio qui che Paolo Strippoli diventa anche una risposta a una narrazione ormai stanca sul cinema italiano. Dire che il cinema italiano è in crisi è diventato quasi un riflesso automatico. Ma quale cinema italiano? Quello delle commedie fotocopia, sempre più chiuse dentro un’idea provinciale di pubblico e incapaci di immaginare un respiro che vada oltre i nostri confini? O quello che continua a cercare linguaggi, forme, ossessioni e immaginari capaci di parlare anche altrove?
Strippoli appartiene alla seconda categoria.
E L’estranea lo dimostra con una chiarezza quasi disarmante. È un film profondamente italiano nelle sue radici, nei luoghi, nelle dinamiche familiari, nelle contraddizioni sociali che attraversa, ma non ha nulla di provinciale. Può essere letto, sentito e persino frainteso da uno spettatore dall’altra parte del mondo. È questo che dovrebbe fare il cinema: partire da un luogo preciso per riuscire ad arrivare ovunque.
Il cinema italiano non è finito. Forse, semplicemente, troppo spesso guardiamo dalla parte sbagliata.
Paolo Strippoli ci ricorda dunque che esiste ancora un cinema italiano capace di rischiare, di contaminarsi, di parlare attraverso il genere senza farsi ingabbiare dal genere. Un cinema che non ha bisogno di imitare gli americani per essere internazionale e che non deve necessariamente rifugiarsi nella commedia per essere popolare. L’estranea ha un’identità precisa, ma non conosce confini.
E a soli trentatré anni, Strippoli dimostra una cosa ancora più interessante: che il futuro del nostro cinema potrebbe essere molto più vivo di quanto continuiamo a raccontarci.
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