ROMA – Ventuno edizioni, 8.000 presenze e una nuova geografia da esplorare. Vicoli Corti continua a crescere senza rinunciare alla propria identità, quella di un festival nato ai margini e diventato, negli anni, uno spazio di incontro, formazione e ricerca sul cinema contemporaneo. Dopo vent’anni tra Piazza Santi Medici e il Castello di Massafra, il festival ha affrontato una delle sue scommesse più importanti: trasferirsi al Parco Madre Teresa di Calcutta e reinventare completamente i propri spazi e il proprio modo di vivere il cinema.
Una sfida che, già dalla prima sera, ha dato una risposta precisa: il pubblico c’era, numeroso e partecipe. Ma dietro i numeri c’è soprattutto un’idea di cinema che continua a interrogarsi sul proprio ruolo nella comunità. Perché oggi, dopo ventuno edizioni, cosa significa davvero parlare di “cinema di periferia”? È ancora una questione geografica o, piuttosto, un modo di guardare alle storie, alle fragilità e alle contraddizioni del presente?
Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Vincenzo Madaro, affrontando anche il rapporto tra cinema e formazione, le opportunità per i giovani autori e il ruolo del cortometraggio, cuore originario di Vicoli Corti e formato che negli ultimi anni sembra aver ritrovato una propria identità autonoma.

Vincenzo, partiamo dai numeri: Vicoli Corti chiude la sua ventunesima edizione con 8.000 presenze e un pubblico in forte crescita. Al di là del dato, qual è stato il momento in cui hai avuto realmente la percezione che il festival avesse fatto un altro passo in avanti?
In realtà io e lo staff lo abbiamo percepito immediatamente, già durante la prima sera. Il trasferimento al Parco Madre Teresa di Calcutta rappresentava una scommessa enorme e una grande incognita. Dopo vent’anni passati tra Piazza Santi Medici e il Castello, lasciare quei luoghi storici per reinventarsi altrove non era affatto scontato.
A questo si aggiungeva una sfida organizzativa ancora più complessa: il raddoppio del programma, con due diverse postazioni di proiezione attive in contemporanea e un’area talk completamente ripensata, densa di incontri e appuntamenti quotidiani.
Vicoli ha sempre avuto un’elevata partecipazione di pubblico e la risposta della prima sera ha spazzato via ogni dubbio. Vedere già dalle 19.00 una partecipazione così viva per il workshop, e poi trovare entrambe le arene piene all’inverosimile, con tantissimi spettatori disposti a seguire le proiezioni in piedi o seduti per terra sul prato, è stato un segnale potente e bellissimo.
Sicuramente il lavoro di comunicazione ha funzionato alla perfezione, ma credo che il punto centrale sia un altro: c’è un bisogno profondo e condiviso – nostro, ma soprattutto del pubblico – di abitare spazi ampi, accoglienti e immersi nella natura per vivere il cinema come una vera esperienza di comunità. Lì ho capito che il salto era compiuto.
“Cinema di periferia” è una definizione che accompagna Vicoli Corti da anni. Ma dopo ventuno edizioni cosa significa davvero periferia per voi? È ancora una condizione geografica o è diventata soprattutto un punto di vista sul cinema e sulla cultura?
È una domanda fondamentale per noi perché tocca l’identità profonda di Vicoli Corti. La definizione “Cinema di periferia” nasce e si sviluppa su due binari paralleli.
Il primo è strettamente legato alle nostre origini: il luogo in cui il festival è nato e cresciuto, Piazza Santi Medici. Uno scorcio meraviglioso, forse il più bello e suggestivo di Massafra, una piazza che si raggiunge solo a piedi, inerpicandosi tra vicoli stretti e gradoni in pietra. È un luogo sospeso nel tempo, quasi metafisico, affacciato a strapiombo sulla gravina in un continuo dialogo visivo con il Castello che domina l’altra sponda.
Vicoli è nato lì, proiettando i primi corti sulla grande parete di calce bianca della piazza, in uno spazio che per tantissimi anni era stato dimenticato, abbandonato, ridotto a teatro di spaccio e discariche abusive. Periferia geografica, quindi, vissuta quasi come un ossimoro: un centro storico che viveva dinamiche di degrado e marginalità comuni a molte estreme periferie urbane.
Oggi Piazza Santi Medici si è trasformata, sta attraversando quel classico e quasi inevitabile processo di gentrificazione che rischia di farle perdere quell’atmosfera autentica, ruvida e sospesa che la rendeva unica. Con il trasferimento al Parco della Pineta ci siamo spostati fisicamente all’estremo opposto di Massafra, entrando pienamente nella periferia urbana: un contesto nuovo dove abbiamo la possibilità concreta di costruire percorsi inediti di partecipazione, lavorando fianco a fianco con la comunità residente e con il comitato del Parco.
La seconda ragione è proprio quella che hai colto perfettamente nella tua domanda. “Periferia” per noi è diventata soprattutto una postura culturale e uno sguardo: la ricerca ostinata di storie ai margini, un concetto che trascende la cartografia e si declina negli anfratti della mente e delle fragilità della condizione umana.
Il cinema e i progetti culturali che curiamo hanno senso se fungono da strumento per portare alla luce narrazioni potenti, a volte scomode e non sempre facili da digerire per il pubblico, ma assolutamente necessarie per decifrare le contraddizioni del presente e provare a immaginare nuovi scenari futuri.
Vicoli dedica molto spazio ai giovani autori, alle scuole e alla formazione. Ti sembra che oggi i ragazzi abbiano più possibilità di fare cinema rispetto a vent’anni fa oppure semplicemente più strumenti per provarci, senza che siano aumentate davvero le occasioni per emergere?
Per noi cercare giovani autori e autrici e investire con forza nella formazione non è un’attività accessoria: è la nostra missione principale.
Lo facciamo partendo direttamente dai banchi di scuola con Pricò – Il cinema è giovane, la sezione educational di Vicoli Corti sostenuta e finanziata dal Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola del MIM e del MiC. È un percorso che coinvolge ogni anno circa 2.000 studenti di istituti di ogni ordine e grado di Taranto e provincia.
La tua distinzione tra strumenti e reali opportunità centra il punto: oggi realizzare un prodotto audiovisivo è senza dubbio più accessibile, rapido ed economico, ma la tecnologia da sola non basta. La formazione professionale rigorosa e l’esperienza diretta sul campo restano insostituibili.
Lavorando anche con gli istituti superiori a indirizzo audiovisivo, tocchiamo con mano quanto sia fondamentale per questi ragazzi confrontarsi con professionisti esterni e mettersi alla prova nella produzione vera e propria di cortometraggi sotto la loro supervisione.
I risultati si vedono: negli ultimi tre anni di progetto, una decina di studenti ha scelto con convinzione di proseguire gli studi accademici e universitari nel campo del cinema. Per noi è una soddisfazione enorme. E sono certo che molti altri avrebbero intrapreso questa strada se il nostro territorio offrisse maggiori opportunità formative specialistiche.
Qui tocchiamo un paradosso tipicamente pugliese: viviamo in una delle regioni italiane che attrae e finanzia il maggior numero di produzioni cinematografiche ogni anno, ma dove storicamente si è investito troppo poco sulla formazione d’eccellenza. È un tassello mancante che indebolisce una filiera virtuosa, la quale dovrebbe partire dall’apprendimento, passare dalla produzione e approdare alla valorizzazione e promozione attraverso i festival.
Proprio per colmare questo vuoto, un altro nostro obiettivo strategico è ampliare la formazione avanzata per studenti di accademie e università italiane e internazionali, potenziando le residenze artistiche, i workshop e le masterclass che animano le giornate del festival.
Alla fine, la gioia più autentica di chi fa questo mestiere resta sempre la stessa: vedere crescere nuovi giovani professionisti che hanno il coraggio di portare avanti visioni inedite e una ricerca sincera sui linguaggi dell’audiovisivo.
Vicoli Corti nasce intorno al cortometraggio. Oggi però il corto continua spesso a essere considerato soltanto un passaggio verso il lungometraggio. Non credi che sia arrivato il momento di riconoscergli definitivamente una dignità autonoma?
Ho sempre riconosciuto al cortometraggio una dignità autonoma, fin dal 2004, anno della prima edizione di Vicoli Corti. Per me non è mai stato una semplice palestra o un ripiego, ma una forma d’arte compiuta.
In questi oltre vent’anni ne abbiamo seguito da vicino l’evoluzione. Nei primi anni Duemila arrivavano opere con idee folgoranti: lavori molto brevi, essenziali, costruiti quasi sempre attorno al classico twist finale che ribaltava la narrazione.
Poi, con l’avvento e la democratizzazione del digitale, la quantità di opere è esplosa e il livello tecnico medio si è alzato vertiginosamente, ma spesso a discapito dell’originalità. Per un certo periodo si è avuta la netta sensazione che molti lavori fossero puri esercizi di stile o prove tecniche per farsi notare in vista del lungometraggio.
Fortunatamente negli ultimi anni il panorama è cambiato di nuovo. Oggi la scelta del formato breve torna a essere una decisione artistica precisa, consapevole e funzionale alla storia che si vuole raccontare. Selezionare i corti in concorso diventa ogni anno più complicato proprio per la maturità delle proposte. Non è affatto un caso che persino registi affermati e di primo piano tornino, anche se occasionalmente, a misurarsi con questa forma.
Un altro segnale incoraggiante arriva dai luoghi della visione: stanno nascendo e consolidandosi rassegne e serate in sala dedicate esclusivamente al cortometraggio al di fuori del circuito festivaliero. Penso per esempio a Cattiva Scena, il format ideato da Cattive Produzioni al Nuovo Cinema Aquila di Roma, con proiezioni di corti e pubblico pagante.
Quindi sì, il cortometraggio possiede un’identità autonoma fortissima. Paradossalmente, in un’epoca in cui cambiano continuamente le modalità di fruizione e l’attenzione dedicata alle immagini, la sua natura agile e densa ne garantisce la longevità. Non so se arriveremo mai a una distribuzione ordinaria e capillare nelle sale commerciali, ma di una cosa sono sicuro: il cortometraggio avrà una vita lunghissima.
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