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RECENSIONI I Il delitto del terzo piano: hai visto davvero un omicidio?

Un gioco di sguardi e sospetti che trasforma il mistero in un’indagine sull’amore, tra omaggi dichiarati e il fascino senza tempo del cinema di Alfred Hitchcock.

ROMA – La porta si chiude. Un uomo si lascia cadere sul divano mentre la donna resta in piedi, attratta dalla finestra. Di fronte, un interno illuminato: una donna sordomuta e il suo compagno discutono con gesti sempre più tesi. Poi accade qualcosa di improvviso, un colpo, e la donna nell’inquadratura scompare. L’osservatrice resta immobile: ha visto un delitto, ne è certa. Ma pochi istanti dopo la donna ricompare, viva. È davvero lei? Si apre così Delitto al terzo piano di Rémi Bezançon, un thriller domestico che dialoga apertamente con il cinema di Alfred Hitchcock senza ridursi a semplice omaggio.

Una scena del film

Al centro ci sono Colette Courreau e François Tarnowski, interpretati da Letizia Casta e Gilles Lellouche. Lei insegna cinema ed è immersa nei film hitchcockiani; lui è uno scrittore di gialli che ha perso il gusto dell’enigma nella vita reale. Il loro rapporto, logorato dalla routine, sembra esaurito. A incrinarlo è il nuovo vicino Yann (Guillaume Gallienne), che li trascina a teatro per una lunga rilettura dell’Amleto. È al ritorno, nel silenzio della notte, che Colette assiste alla scena sospetta dalla finestra. Da qui il film si apre come una scatola cinese: non solo un giallo, ma un viaggio nell’immaginario del cinema. L’eco di Agatha Christie si intreccia con le ossessioni di Hitchcock e suggestioni contemporanee come The Voyeurs. Il riferimento, però, non è nascosto ma dichiarato: più che citazioni da scoprire, veri e propri omaggi esibiti, che trasformano il film in una lezione sulla suspense.

Un’inquadratura de Il delitto del terzo piano

L’indagine diventa anche il pretesto per ricucire la relazione: sospetto e adrenalina riaccendono una coppia spenta. François e Colette si muovono tra realtà e finzione, paranoia e desiderio, fino a ritrovare una complicità perduta. Casta e Lellouche costruiscono una dinamica credibile: lui scettico ma coinvolto, lei inquieta e affamata di cambiamento. Il mistero diventa così il catalizzatore emotivo: indagare insieme significa ritrovarsi, e il crimine si trasforma paradossalmente in linguaggio dell’amore.

Rémi Bezançon costruisce un doppio livello narrativo tra indagine reale e dimensione immaginifica, legata ai racconti di François. Una scelta che arricchisce, ma a tratti appesantisce, rendendo l’impianto volutamente artificioso. La regia è raffinata, elegante e consapevole, ma talvolta didascalica: il film insiste e spiega, invece di lasciare intuire, riducendo in parte il mistero. Nonostante ciò resta coinvolgente: intelligente, ironico, capace di mescolare cinema, indagine e sentimento. Non sempre equilibrato, ma affascinante per atmosfera e interpreti. Delitto al terzo piano è un thriller che osserva se stesso mentre accade: un gioco dichiarato, a tratti scoperto, ma ricco di fascino. E il suo merito più grande è quello di ricordare quanto il cinema, quello di Hitchcock su tutti, continui a vivere nelle immagini di oggi.

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