in

MONOGRAFIE I Giuseppe Tornatore: da Bagheria fino ad Hollywood, ci insegna che il cinema non ha mai fretta di arrivare quando è frutto di un amore puro.

Tornatore è uno degli ultimi registi che non ha paura di sognare, anche quando si rischia di essere feriti, ingannati, fino a perdersi.

ROMA – Brutta storia il mal d’amore: una condizione che costringe chi ne è affetto a portare con sé il proprio tormento ovunque, a conoscerne ogni dettaglio, a saperci parlare e, soprattutto, a saperne parlare. Giuseppe Tornatore questa sofferenza la conosce bene e la racconta come pochi altri, in tutte le sue sfaccettature, anche le più dolci; un dolore ed un’urgenza che solo i grandi registi come lui possono nutrire nei confronti di una storia che vuole e deve emergere. Giuseppe Tornatore resta uno dei pochi registi capaci di farci sognare in grande, di viaggiare nel tempo, giocando con le vite di personaggi che rincontriamo nei nostri stessi ricordi. Quello di Giuseppe Tornatore continua a essere un grande cinema perché, al di là della fiducia che gli è stata riconosciuta negli anni – anche dai conclamati colleghi americani – continua a non imporsi per ampiezza, ma si afferma per ciò che riesce a restituire al pubblico, quello di tutti, non esclusivamente di nicchia. Giuseppe Tornatore ha realizzato – con non poche difficoltà – film entrati nella storia, senza arroganza né manie di grandezza, ma con una profonda dolcezza che non si può fare a meno di accogliere a braccia aperte.

Tra sogno e illusione

Dopo l’esordio come documentarista – ruolo con il quale ha recentemente dato vita a Brunello – il visionario garbato (2025) – Tornatore riesce a sorprendere il grande pubblico fin dall’inizio della sua carriera, offrendo uno sguardo diverso sulla mafia con Il camorrista (1986), film liberamente ispirato alla vita di Raffaele Cutolo. Lo fa scegliendo un genere fuori dagli schemi per un tema così cruento: non poliziesco né tantomeno noir, ma epico, prendendo le distanze dalla sua precedente esperienza di autore di documentari per raccontare una storia a tutti gli effetti, fatta di grandi successi e terribili disgrazie. Qui Tornatore introduce – in maniera molto lieve – quello che sarà il tema di molte sue pellicole successive, che è quello dell’equilibrio tra sogno e illusione, un confine sottile che, in un battito di ciglia, può condurre alla rovina. Quattro anni dopo, Giuseppe Tornatore riesce ad approfondire ulteriormente questo delicato equilibrio in Stanno tutti bene (1990), affidando a Marcello Mastroianni il ruolo di Matteo Scuro, un settantenne che per tutta la vita ha firmato con orgoglio i certificati di nascita di tutti i neonati di Castelvetrano: anche dei suoi figli, soprattutto loro. Il sogno di Scuro è infatti sempre stato quello di vederli primeggiare in ogni ambito: carriera, amore, status. Un sogno che, durante il viaggio lungo tutto lo stivale per riunirsi, non tarda a tramutarsi in una disperata illusione. Disperata è anche la sua insistenza nel chiedere a chiunque incontri di informarsi sulle ragioni del suo viaggio, sulle professioni dei figli e sui meriti che attribuisce loro, nel tentativo di autoconvincersi che quell’incubo della piovra volante che rapisce i suoi figli, prima o poi, smetterà di tormentarlo. La ricerca di Scuro non è tanto quella dei figli, né del loro reale benessere, quanto di un’illusione di potere che per lungo tempo ha nascosto dietro le firme apposte su quei certificati, come se fosse davvero responsabile di poter cambiare il destino di qualcuno, soprattutto dei propri figli. Giuseppe Tornatore offre più volte a Scuro la possibilità di risvegliarsi, di riconnettersi al mondo attraverso chiacchierate sussurrate, segreterie telefoniche e persino la notizia del suicidio del figlio Alfredo, colpito da una forte depressione. Scuro ne è responsabile? Non si saprà mai, ma quel che è certo è che l’anziano non contemplerà mai l’idea di accettare il suo passato da padre e da uomo violento, che fatica a riaffiorare sotto il rimorso fragile e disorientato della sua vecchiaia.

Dopo il claustrofobico thriller-fantasy Una pura formalità (1994), con Depardieu e Polanski nei panni di un superbo Caronte, anch’esso incentrato sull’illusione tra chi siamo convinti di essere e chi realmente siamo, Giuseppe Tornatore presenta al pubblico un venditore di sogni, o meglio, un contrabbandiere. Sergio Castellitto è L’uomo delle stelle (1995), che si fa beffa degli abitanti di una Sicilia umile, ma non poi così ingenua, organizzando falsi provini da proporre al cinema. Sebbene Joe Morelli venda a tutti grandi illusioni in cambio di una manciata di lire, si rende presto conto che il povero illuso è lui stesso. In quella Sicilia povera del secondo dopoguerra, i sogni e la poesia non scarseggiano. È vero, farebbero di tutto per una vita lontana, nel continente, e lo fanno, ma restando umani, più veri di qualsiasi altro attore, più di quanto possa valere la fama che Morelli promette. È tutto reale: il trauma del soldato spagnolo, la speranza di Vituzzo, umiliato per la sua omosessualità e l’amore della giovane Beata per Joe, che non desidera altro che condividere una vita con lui, anche se il prezzo da pagare è troppo alto. Tutti questi personaggi che Giuseppe Tornatore ci presenta sono la prova che i sogni sono ciò che ci fa alzare la mattina, a cui aggrapparsi ogni giorno per non impazzire come Beata, l’unica ad aver scambiato davvero un’illusione per un sogno, un’illusione vuota e cialtrona come Morelli: un uomo che non ha mai avuto un briciolo di coraggio, neanche di sognare.

L’ultimo film di Giuseppe Tornatore che si riallaccia al filone dei sogni e dell’illusione – questa volta molto più vicino al primo di questi due – è La leggenda del pianista sull’oceano (1998). Novecento, egregiamente interpretato da Tim Roth, è un sogno in carne e ossa: trovato su un pianoforte del Virginian, un transatlantico in rotta tra l’Europa e l’America, trascorre tutta la sua vita su quei tasti, inventando melodie e lasciandosi ispirare dalle persone che fa ballare per anni. Novecento è il sogno del suo migliore amico Max Tooney, trombettista dell’orchestra, che sembra essere, soprattutto verso la fine, l’unico a vederlo davvero, anche quando tenta in ogni modo di convincerlo a scendere dalla nave prima che venga distrutta. All’interno della nave, ovvero nella fantasia del trombettista, Novecento esiste e si nutre di tutto ciò che vivono insieme: di musica e della curiosità che questa accende in lui. Anche quando viene sfidato da un famoso jazzista, Novecento non si sottrae, ne è colpito, ispirato, e lo assorbe, trasformando tutto in musica nuova ed elettrica. Novecento è forza creativa pura. Ma, come ogni sogno, è reale solo nella misura in cui può esserlo per chi lo vive, per Tooney. Lo comprendiamo quando, pronto a scendere dal Virginian, si trova davanti l’immensità di New York: non una città che lo accoglie a braccia aperte, ma è una bocca spalancata, pronta ad inghiottirlo. I sogni vanno maneggiati con cautela. Novecento ha i suoi ottantotto tasti su cui suonare una musica infinita, ma non la forza di farlo sugli infiniti tasti di infiniti pianoforti che lo attendono a terra. È un sogno che appartiene a un mondo circoscritto, piccolo ma completo: è reale, e proprio per questo non è un’illusione.

La Sicilia come musa

Giuseppe Tornatore ha costruito buona parte del suo cinema attorno a una musa che ritorna spesso: la Sicilia, una terra che ha dato molto ai suoi film, anche a Malèna (2000), nonostante non si sia dimostrata altrettanto generosa con lei. Questa è una storia che può essere letta come un racconto di formazione, ma soprattutto come una riflessione sulle meschinità delle donne verso le donne, un tema che richiama con forza – in maniera anche più cruenta – in modo forse inconsapevole, la Bocca di Rosa di De André.

È tuttavia innegabile che i personaggi di questa terra e la sua cultura riaffiorano anche nei film ambientati altrove, capaci di superare qualsiasi confine geografico. È il caso de La sconosciuta (2006), un film che affronta in primo piano l’agghiacciante sfruttamento delle donne dell’Europa dell’Est, ma che al tempo stesso riflette su un dolore viscerale con cui si impara a convivere senza mai cancellarlo. Una forza talmente intensa da farlo diventare parte integrante di queste donne, che forse non vestiranno di nero, ma che inevitabilmente continueranno a portarlo nel cuore per tutta la vita.

Una vita nata per il cinema

Per Giuseppe Tornatore, è evidente, la Sicilia è stata una fonte di ispirazione capace di stimolare l’artista in sé, ma anche l’uomo, chiamato a confrontarsi con la vita reale e non solo quella ideale, o immaginaria. Tornatore lo esprime con quello che ritiene il suo film più personale: Baarìa (2009), riprendendo il nome della sua città natale. Il film attraversa tre generazioni – la sua, quella di suo padre e quella di suo nonno – e ogni personaggio, anche i più secondari, racconta un pezzo della storia del nostro paese e di come essa abbia inciso sulla sua famiglia, o su una sua possibile versione parallela. La narrazione è viva e pittoresca, capace di restituire l’anima di un tempo in cui la vita si consumava tra la gente e mai in solitudine, dove le differenze non spegnevano l’amicizia, ma diventavano terreno fertile su cui costruirla. È questo passato, con la sua ricchezza e la sua intensità, a plasmare ed ispirare il regista, regalandogli un bagaglio che porterà con sé nel mondo senza mai perdere la vivacità da cui ricorda bene di aver iniziato.

Infine, è impossibile non citare il vero “elefante nella stanza”, il film che lo ha consacrato quasi immediatamente come cineasta di respiro internazionale. Sebbene la sua terra, come già citata, sia stata in seguito ampiamente celebrata, Giuseppe Tornatore la rappresenta nel suo primo grande successo quasi come una gabbia troppo stretta per contenere tutto l’amore e la passione per il cinema che non vedeva l’ora di esplorare. In Nuovo Cinema Paradiso (1988), questo conflitto emerge con chiarezza nello sguardo del piccolo Totò, disposto a sfidare persino il dolore della madre, vedova di guerra, pur di lavorare accanto ad Alfredo, il proiezionista. Sarà proprio quest’ultimo, con onestà e durezza, a cacciarlo via, spingendolo oltre quella realtà per permettergli di vivere una vita piena.

Nuovo Cinema Paradiso, non ha bisogno di spiegazioni né di interpretazioni forzate: rappresenta una fase fondamentale della vita del regista, l’inizio di qualcosa di nuovo. È l’innesco del viaggio dell’eroe di una storia luminosa e universale, un’ispirazione non solo per chi sogna il cinema, ma per chiunque desideri evadere dalla gabbia in cui si sente rinchiuso. In fondo, il cinema raramente parla a una cerchia ristretta, e questo film ne è la dimostrazione più evidente: il cinema riguarda tutti e quello di Tornatore si afferma come uno dei più influenti.

LEGGI ANCHE:

Lascia un Commento

Hot Corn al BIF&ST: una settimana, una città, cento storie

Hollywood ricorda Chuck Norris: Stallone, Van Damme e le star dell’action rendono omaggio a una leggenda