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WEAPONS | La recensione di un incubo a capitoli che resta sulla pelle

Il nuovo film di Zach Cregger è un horror corale, disturbante, pieno di adrenalina. Ma soprattutto è un viaggio dentro i meccanismi di una società alla deriva.

Alex in una scena del film: spalle alla porta, il volto segnato dal terrore, è l’unico bambino della classe a non essere scomparso.

ROMA – Alcuni film fanno paura, altri invece ti disturbano e ti entrano sotto pelle. Weapons appartiene decisamente alla seconda categoria. Il nuovo lavoro di Zach Cregger – già regista dell’acclamato Barbarian – arriva al cinema con la forza di una scossa elettrica e ti lascia addosso qualcosa che va oltre la paura: una sensazione vivissima, quasi fisica. Come se, fuori dalla sala, il corpo fosse ancora lì, incollato allo schermo.

La maestra Justine durante una scena del film.

Tutto comincia da un incubo lucidissimo: alle 2:17 di una notte qualunque, diciassette bambini della stessa classe si alzano dal letto e spariscono nel nulla. Tutti, tranne uno. Da lì inizia la frattura. Non solo nel racconto, ma nella tenuta stessa di una comunità che cerca disperatamente di sopravvivere all’inspiegabile. E che, per farlo, ha bisogno di trovare un colpevole, qualsiasi esso sia.

Una scena ipnotica e perturbante che dà inizio all’incubo di Weapons.

Cregger costruisce la narrazione in sei capitoli: sei punti di vista, sei frammenti di una storia che si ricompone lentamente. Si parte dalla maestra Justine (una Julia Garner potente, fragile e magnetica), poi si passa a un padre devastato, un poliziotto disilluso, un tossicodipendente, il preside della scuola e infine l’unico bambino sopravvissuto. Ogni capitolo è un pezzo di puzzle che sposta il nostro punto di vista e ci obbliga a rivedere tutto ciò che credevamo di sapere. Così ci avviciniamo ai personaggi, scena dopo scena: li comprendiamo, li giudichiamo, li temiamo. E in ognuno di loro ritroviamo uno specchio distorto della società che abitiamo.

Alex, l’unico bambino della classe a non essere scomparso.

La regia è curata, geometrica, inquietante. Ogni inquadratura è pensata per amplificare la tensione. Ogni movimento di macchina ti invita a guardare meglio, più a fondo. Perché Weapons è un film che chiede attenzione: i dettagli disseminati in un capitolo tornano più avanti e lo spettatore diventa complice di una ricostruzione narrativa e morale. Ma è sotto la superficie del genere che il film trova la sua forza più grande. Weapons è un horror, sì, ma è anche una riflessione sulla paura, sul bisogno di controllo, sulla necessità tutta umana di trovare una strega da bruciare quando il dolore diventa ingestibile. E Justine, donna autonoma, senza figli, fuori dalle convenzioni, diventa il bersaglio perfetto. Le scrivono WITCH sull’auto, perché non serve altro che essere fuori posto.

Il preside e la maestra Justine durante un incontro con i genitori.

Anche quando il film esplode nel grottesco, nella violenza, nel delirio del terzo atto, la tensione non si allenta. Perché il mistero, forse, è più potente della verità. Weapons non è un film per tutti, ma è un film che osa, che mescola generi, che si sporca le mani, che scompone e ricompone. E che, una volta visto, non si dimentica facilmente.

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