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Wild Horse Nine, la recensione: non è la morte a far paura, ma il tempo che non abbiamo vissuto

Martin McDonagh dirige John Malkovich e Sam Rockwell in un racconto attraversato dal cinismo, dalla tenerezza e dalla consapevolezza del tempo che passa. Un film sulle contraddizioni umane e sul coraggio delle proprie scelte.

MILANO – Wild Horse Nine è un film che parla della morte, ma soprattutto di ciò che resta della vita quando il tempo comincia a scarseggiare. Martin McDonagh costruisce il suo racconto attorno a due personaggi segnati dal passato, tra dialoghi taglienti, cinismo e momenti di inattesa tenerezza. Al centro, il rapporto tra due uomini che, dietro le proprie contraddizioni, nascondono una profonda fragilità. Ambientato nel 1973, sullo sfondo di un’America segnata dai propri fantasmi politici, il film segue Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), due agenti della CIA che raggiungono l’Isola di Pasqua portando con sé un passato ingombrante. Chris è anziano, malato e consapevole di essere vicino alla morte. Durante il viaggio registra le proprie memorie, racconta aneddoti, si perde in riflessioni e dedica persino una poesia a un cavallo. Quasi volesse lasciare una traccia di sé prima che il tempo si esaurisca.

Chris è un personaggio inizialmente difficile da avvicinare: irritante, provocatorio, talvolta persino pericoloso. Il suo atteggiamento rende complesso comprendere come Lee riesca a sopportarlo e, soprattutto, a mantenere nei suoi confronti un legame tanto profondo da continuare a prendersene cura. Eppure, con il procedere del racconto, questa percezione cambia progressivamente. Attraverso dialoghi capaci di passare dal sarcasmo alla tenerezza più inaspettata, McDonagh lascia emergere un uomo diverso. Dietro il cinismo di Chris si nasconde una sensibilità che riesce a commuovere. Malkovich offre un’interpretazione intensa, ma è anche grazie alla misura di Rockwell che il rapporto tra i due protagonisti acquista una profondità particolare.

Eppure, più della morte, a emergere con forza è il tema della vita. La consapevolezza che il tempo non sia infinito, che ogni decisione porti con sé delle conseguenze e che scegliere ciò che è giusto richieda spesso più coraggio che scegliere ciò che è facile. Wild Horse Nine non offre risposte rassicuranti, né cerca di rendere innocenti i suoi protagonisti. Li mette piuttosto di fronte alla loro fragilità, alle contraddizioni e a tutto ciò che si tende a rimandare, nell’illusione di avere ancora tempo. Resta così una malinconia profonda, accompagnata però da un inatteso slancio vitale. Perché forse il vero privilegio non è avere più tempo, ma imparare – e dovremmo capirlo – a dare valore a quello che abbiamo.

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