ROMA – «Sto avendo le allucinazioni». Scarlett Johansson arriva sul palco dell’Alice Tully Hall con il jet lag e non prova neppure a nasconderlo. A New York sono da poco passate le nove di sera, ma per lei, appena atterrata da Londra, il corpo evidentemente vive ancora in un altro fuso orario. «Per me sono le cinque del mattino», scherza durante il Q&A. «Un ottimo momento per fare un’intervista su un palco». Il motivo della traversata è Paper Tiger, il nuovo film di James Gray con Adam Driver e Miles Teller, scelto per aprire la 64ª edizione del New York Film Festival. Johansson si è concessa una breve pausa dalle riprese londinesi di The Batman Part II per raggiungere i compagni di set e accompagnare finalmente il film davanti al pubblico di un festival. Finalmente, perché Paper Tiger aveva già debuttato lo scorso maggio in concorso a Cannes, ma sulla Croisette mancava proprio lei. Anche allora per ragioni di lavoro: Johansson era impegnata sul set di The Exorcist: Martyrs e non aveva potuto partecipare alla première. Quando a New York le hanno ricordato quell’assenza, l’attrice ha reagito scherzando: «Non rigirate il coltello nella piaga!». Questa volta, però, c’era. E al suo fianco ha ritrovato Adam Driver, sette anni dopo Marriage Story, il film di Noah Baumbach che nel 2019 aveva regalato a entrambi una candidatura all’Oscar. Qui i rapporti sono decisamente diversi: al centro della storia ci sono i fratelli Irwin e Gary Pearl, interpretati rispettivamente da Miles Teller e Driver, mentre Johansson veste i panni di Hester, moglie di Irwin.
Siamo nel 1986. Irwin è un ingegnere della classe media che vive nel Queens con la propria famiglia. Gary, il fratello maggiore, lo coinvolge in un affare legato alla bonifica del Gowanus Canal che dovrebbe rappresentare l’occasione per fare finalmente il salto economico. Il problema è che nell’operazione entra in gioco la mafia russa. Quello che sembrava un facile progetto per arricchirsi si trasforma rapidamente in una spirale di paranoia e violenza, mettendo in pericolo la famiglia e incrinando il rapporto tra i due fratelli. Per James Gray significa tornare in un territorio che conosce molto bene: la New York delle periferie, le famiglie attraversate da conflitti e aspirazioni, il sogno americano osservato nel momento in cui comincia a mostrare le sue crepe. Questa volta il regista ha voluto però recuperare anche il sapore di un certo thriller classico. «Volevo fare qualcosa di hitchcockiano», ha spiegato durante l’incontro, raccontando di aver cercato di realizzare semplicemente il tipo di film che avrebbe voluto vedere lui stesso al cinema.
Il clima sul set, almeno a sentire i protagonisti, sembra essere stato molto meno tormentato rispetto alla storia raccontata. Driver ha parlato di una reciproca ammirazione tra i quattro, spiegando come Gray abbia creato un ambiente nel quale tutti si sentivano liberi. Il regista è stato ancora più esplicito, definendo l’esperienza sul set quasi «nauseantemente piacevole». Prima della proiezione, Gray ha invece preferito non dilungarsi troppo. Ricordando gli anni della scuola di cinema, ha raccontato di aver imparato una piccola regola: spesso gli studenti che parlavano più a lungo prima di mostrare il proprio lavoro erano quelli che avevano realizzato i film peggiori. Meglio, dunque, lasciare parlare Paper Tiger.
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