ROMA – Cosa avrebbe fatto Giacomo Verde oggi? Avrebbe giocato con l’intelligenza artificiale, sabotato gli algoritmi, indossato un paio di smart glasses per rovesciarne il senso? O, più semplicemente, avrebbe trovato il modo di prenderci in giro per quella nostra incapacità ormai quasi quotidiana di staccare gli occhi dallo smartphone? È difficile immaginarlo. E forse sarebbe persino sbagliato provarci, perché prevedere Giacomo Verde significava già tradirne in parte lo spirito.
Scomparso nel 2020, Verde è stato uno dei pionieri italiani della videoarte e della net art, un “teknoartista” e videoartivista capace di attraversare oltre trent’anni di trasformazioni tecnologiche senza mai subire passivamente gli strumenti che aveva davanti. Li smontava, li reinterpretava, li rendeva poveri e domestici. Già negli anni Ottanta scarabocchiava direttamente sul vetro dei televisori durante i telegiornali per sottrarre lo spettatore alla passività; negli anni successivi avrebbe sperimentato videoinstallazioni interattive, net art, telefoni cellulari e codici QR, interrogandosi molto prima che diventasse una questione quotidiana sul rapporto tra uomo, tecnologia e immagini. A questa figura difficilmente classificabile è dedicato Giacomo Verde non esiste, documentario diretto da Gioele Gallo e realizzato con il contributo di Giovanni Vecchio, co-autore del film. Presentato nell’ambito dell’undicesima edizione di Over The Real, il documentario sceglie però di non trasformare Verde in un monumento. Il suo artivismo irrompe infatti nella vita di L, personaggio che attraversa un momento di smarrimento e intraprende un viaggio attraverso le diverse fasi della vita e dell’opera dell’artista.
Ed è proprio da qui che siamo partiti con Gallo e Vecchio: da una domanda apparentemente semplice. Come si racconta qualcuno che ha trascorso la propria vita cercando di sfuggire alle definizioni?
Gioele, Giovanni, Verde si definiva “teknoartista” e videoartivista. Come si racconta attraverso il cinema qualcuno che ha sempre cercato di rompere i confini tra i linguaggi?
«Cercando di realizzare un documentario che non sia meramente un biopic e che rispetti questa tendenza di Verde a mescolare i linguaggi e giocare con essi. Il nostro tentativo è raccontare Giacomo cercando di portare all’interno della documentazione anche degli aspetti narrativi. La scelta decisiva è stata quella di introdurre il personaggio di L, che attraversa un momento di smarrimento personale alla ricerca di un nuovo punto di vista sul mondo. L’attenzione del documentario è rivolta all’efficacia delle idee nelle opere e nella vita di ogni giorno, insieme al costante e fermo rifiuto di Verde di attribuire valore alla paternità artistica. Ed è proprio da qui che nasce il titolo, Non esiste».
Qual è stata la difficoltà maggiore nel trasformare oltre trent’anni di sperimentazioni, opere e pensiero in un documentario?
«Dover selezionare una serie di opere che attraversavano vari momenti chiave della storia dei media e, più in generale, della storia contemporanea. Dovevamo riuscire a delineare i tratti principali della sua densissima carriera senza cadere nella trappola del solito documentario, dove la vita finisce per prevalere sull’opera. Avevamo a disposizione una mole enorme di materiale, completamente privo di protezione dal diritto d’autore e concesso dalla famiglia, che ringraziamo. Con un patrimonio del genere, sarebbe stato un insulto scadere in questo tipo di approccio».
Negli anni Ottanta Verde scarabocchiava direttamente sui monitor dei telegiornali per rompere la passività dello spettatore. Oggi, nell’epoca dei social e dell’informazione continua, cosa avrebbe fatto secondo voi?
«È difficile cercare di prevedere l’esito delle sue Oper’Azioni, perché in lui è sempre rimasta viva la volontà di sorprendere attraverso processi originali e anomali. Probabilmente si sarebbe concentrato sull’attuale scenario politico con ironica serietà, utilizzando strumenti dei quali aveva già, in qualche modo, previsto l’impiego, come gli smart glasses o le applicazioni basate sugli LLM. Forse avrebbe trovato il modo di criticare e deridere il nostro uso ossessivo degli smartphone». E qui Gallo e Vecchio sottolineano un elemento fondamentale del lavoro di Verde: «Giacomo ha sempre utilizzato una tecnologia povera, dalle potenzialità apparentemente molto inferiori rispetto a quelle che avrebbe potuto avere a disposizione. Lo faceva seguendo un’attitudine hacker, volta alla comprensione e al rimaneggiamento degli strumenti che utilizziamo quotidianamente».
Nel raccontarlo avete cercato soprattutto di conservarne la memoria o di far dialogare il suo pensiero con il presente?
«Da un lato era necessario fare memoria, perché artisti come Giacomo Verde rischiano spesso di essere dimenticati o relegati ai margini della storia dell’arte, nonostante l’importanza e l’originalità del loro lavoro. Sentivamo quindi l’esigenza di contribuire a una sua rivalutazione. Dall’altro, però, il film non voleva essere soltanto un omaggio al passato. Anche oggi il nostro rapporto con i media e con le tecnologie è spesso guidato da logiche che accettiamo passivamente. Giacomo, invece, cambiava prospettiva: studiava questi strumenti in profondità per smontarli, comprenderli e aiutarci a immaginare un modo più libero e critico di usarli. Renderci più consapevoli. Per questo il suo lavoro continua a dialogare con il presente e, per molti aspetti, ad anticiparlo».
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