ORTIGIA – Una pistola puntata, due corpi legati, le sirene della polizia che si avvicinano. Amanti a mano armata, diretto da Cecilia Rizzuto su sceneggiatura di Marco Pinna Vaia e la stessa Cecilia Rizzuto, comincia dalla fine e affida subito al pubblico una domanda: come siamo arrivati fin qui?
Presentato in anteprima mondiale all’Ortigia Film Festival, il cortometraggio costruisce il proprio racconto attorno a Gio e Toni, due giovani amanti che sembrano usciti direttamente da un vecchio noir. Ma il vero gioco del film non riguarda soltanto il destino criminale dei suoi protagonisti. Riguarda il cinema stesso, la possibilità di trasformare la realtà in una storia e una storia in un’altra realtà.
Gio è appena uscito dal carcere. Durante la detenzione ha scoperto i libri e, attraverso quelle pagine, anche il desiderio di scrivere e di fare cinema. Toni, invece, è rimasta ancorata alla vita che lui vorrebbe lasciarsi alle spalle: continua a vivere di espedienti e torna a proporgli un nuovo colpo. Due persone che si amano, ma che hanno ormai preso direzioni opposte. Lui vorrebbe raccontare una storia. Lei vorrebbe continuarla.
Il cortometraggio lavora proprio su questa frattura. Quando Gio comincia a raccontarle la sceneggiatura che ha scritto in carcere, il confine tra il racconto e ciò che è realmente accaduto si fa sempre più sottile. La sequenza narrata prende corpo davanti ai nostri occhi e la loro vicenda sentimentale si trasforma in una vera e propria pellicola noir. Anche la scelta del bianco e nerocontribuisce a questa ambiguità. Tutto ciò che appartiene alla dimensione quotidiana conserva una fotografia desaturata, quasi consumata dal tempo; quando Gio racconta il suo film, invece, compare il colore. È come se la fantasia restituisse alla realtà una vita che la realtà stessa ha perduto. Il riferimento alla grande tradizione del noir è evidente e, in alcuni momenti, affiora anche un gusto per quel cinema romantico in cui l’amore è inseparabile dalla rinuncia.
A complicare il rapporto arriva poi l’amico comune, coinvolto nel colpo che Toni vuole mettere a segno ai danni di una baronessa. Gio prova a fermarla, le propone un’altra possibilità, immagina per entrambi una vita diversa. Toni, però, non sembra disposta a rinunciare a ciò che conosce. Il conflitto tra i due non è soltanto quello tra legalità e criminalità: è soprattutto lo scontro tra due idee inconciliabili del futuro. La tensione sfocia nello sparo e il racconto torna esattamente al punto da cui era partito. I due sono di nuovo legati, la polizia sta arrivando, il cerchio si chiude.
Ma proprio nel momento in cui tutto sembra perduto, Gio pensa ancora una volta a Toni. Riesce a liberarsi e sceglie di salvarla, sapendo perfettamente che quella decisione avrà un prezzo. Sarà lui a finire in prigione, mentre lei resterà libera. Il gesto finale ribalta allora il senso dell’intera vicenda. L’amore di Gio non consiste nel portare Toni con sé verso una nuova vita, ma nel lasciarle la possibilità di averne una, anche senza di lui. È una scelta sentimentale che assume la forma di un gesto criminale, e che il film legge secondo le regole classiche del melodramma noir: amare significa, qualche volta, perdere.
Cecilia Rizzuto affronta il racconto con un evidente gusto per il cinema e per i suoi meccanismi, giocando con i codici del noir e con una messa in scena che guarda alla tradizione senza trasformarsi in un semplice esercizio di stile. La scelta del bianco e nero, alternata al colore, accompagna con efficacia il continuo slittamento tra realtà e immaginazione, mentre la dimensione metacinematografica aggiunge al racconto un ulteriore livello di lettura. È un cortometraggio che dichiara il proprio amore per il cinema e lo fa attraverso un linguaggio visivo preciso e riconoscibile.
La struttura, volutamente costruita su più piani narrativi, richiede forse allo spettatore un’attenzione particolare. Il film dentro il film, il ritorno alla situazione iniziale e il continuo dialogo tra ciò che accade e ciò che viene raccontato rendono il percorso narrativo ricco, anche se in alcuni passaggi un po’ articolato. Un maggiore lavoro di sintesi avrebbe potuto rendere ancora più limpido il racconto, lasciando emergere con maggiore immediatezza la componente sentimentale, che rappresenta il vero cuore del cortometraggio. Ma è anche questa ambizione narrativa a dare ad Amanti a mano armata una sua personalità, insieme alla voglia di costruire non soltanto una storia, ma un piccolo universo cinematografico.
Il risultato, però, resta quello di un cortometraggio che prova a fare qualcosa di più del semplice racconto criminale. Amanti a mano armata usa il noir come una lente per parlare d’amore, e il cinema come uno spazio nel quale riscrivere ciò che nella vita non si può più cambiare. Perché Gio, alla fine, non riesce davvero a cambiare la storia. Riesce soltanto a scegliere quale ruolo interpretare fino all’ultima scena.








Lascia un Commento