ORTIGIA – Ci sono vite che, a quarant’anni, sembrano già fuori tempo. Vite che avrebbero dovuto prendere una direzione e invece sono rimaste sospese, come un passo di danza interrotto prima di arrivare alla musica. È dentro questa sospensione che Cristina Puccinelli costruisce Io che non vivo, cortometraggio presentato all’Ortigia Film Festival. Una storia che parla di solitudine, di sogni mancati e soprattutto della paura più invisibile: quella di perdere, un ricordo alla volta, la persona che ci ha insegnato a ricordare.
Viviana è un’ex sognatrice. Una donna che continua a inseguire, quasi ostinatamente, quella che avrebbe voluto essere. La prima immagine del cortometraggio è già una dichiarazione poetica: lei su un palco, con le scarpette da danza ai piedi, costretta a stare sulle punte mentre una coach la incalza. Danzare fino allo sfinimento, fino alla caduta. E quella caduta non è soltanto fisica: è la metafora di un’esistenza che non è andata come avrebbe immaginato. Viviana è un’attrice, ma anche qui il sogno sembra essersi ridimensionato, trasformandosi in una versione minore di quello che desiderava. E allora fugge nelle vite degli altri, quasi che interpretarli fosse un modo per dimenticare la propria. È sola, profondamente sola. L’unica presenza davvero stabile è quella della madre. Ma proprio quella presenza, poco alla volta, comincia a sfaldarsi.
Puccinelli sceglie di raccontare l’Alzheimer senza trasformarlo immediatamente in una tragedia urlata. Il dolore arriva attraverso i dettagli, attraverso le piccole anomalie, gli oggetti fuori posto, le telefonate ripetute, le azioni apparentemente insensate. La malattia non entra in scena con fragore: si insinua. E proprio per questo fa più paura. È nei gesti più semplici, infatti, che il cortometraggio trova alcune delle sue immagini più potenti. Come quella di Viviana, immersa nella solitudine della sua casa, con i piedi doloranti e feriti dentro una bacinella d’acqua. Di fronte a lei, l’immagine di un uomo trasformata in una presenza surrogata, quasi grottesca. Una scena che tiene insieme desiderio, vuoto e solitudine attraverso un linguaggio visivo semplice, ma tutt’altro che banale. Viviana cerca conforto in qualcosa che non può offrirglielo davvero, e proprio in questa impossibilità la scena diventa ancora più dolorosa. E intanto la madre dimentica.
La memoria diventa allora il vero campo di battaglia del film. Quando Viviana comprende che la madre è malata, non deve soltanto affrontare la paura della perdita: deve accettare di diventare lei la custode dei ricordi di entrambe. È un ribaltamento doloroso dei ruoli, perché la figlia si ritrova a dover proteggere chi, per tutta la vita, aveva rappresentato il suo punto fermo. Il passaggio al cimitero amplia il discorso sul tema della memoria e introduce il peso del passato nella vita di Viviana. È qui che la donna viene riconosciuta attraverso un’immagine che ormai appartiene a un’altra fase della sua esistenza: «quella che fa le televendite con Pupo». La battuta produce un effetto comico immediato, ma proprio per questo risulta ancora più amara. Dietro quell’identificazione apparentemente leggera si nasconde infatti il progressivo smarrimento di Viviana, riconoscibile dagli altri attraverso ciò che è stata, ma sempre più incapace di riconoscersi nel presente. La memoria degli altri conserva così un’identità che, nella mente di Viviana, si sta progressivamente sfaldando.
La leggerezza diventa allora parte integrante del racconto: non ridimensiona il dolore, ma ne modifica la percezione, rendendolo ancora più umano e imprevedibile. Cristina Puccinelli, che del cortometraggio è anche protagonista, evita infatti di interpretare Viviana come una donna schiacciata dal dramma. La rende fragile, buffa, goffa, a tratti persino irresistibilmente comica. E questa scelta rende ancora più autentici i momenti di dolore. La sua interpretazione funziona soprattutto perché non cerca continuamente la commozione. Quando questa arriva, nasce dal fatto che abbiamo prima conosciuto la donna, e non soltanto la sua sofferenza.
Il film, infatti, non è soltanto sull’Alzheimer. È anche sul tempo che passa e sui sogni che non siamo riusciti a realizzare. Sulla distanza tra la persona che pensavamo di diventare e quella che ci ritroviamo ad essere. E soprattutto sulla possibilità di trovare, proprio dentro la perdita, un’altra forma di felicità. Le fotografie assumono allora un valore quasi terapeutico. Viviana le mostra alla madre, prova a ricostruire con lei una memoria che si sta sgretolando.
Quando arriva il momento in cui Olivia deve essere accompagnata in clinica, la promessa della figlia di esserle accanto acquista un peso particolare: non è più soltanto una dichiarazione d’affetto, ma diventa una forma concreta di presenza, proprio mentre la memoria della donna si fa sempre più fragile. Da questa consapevolezza il film conduce al finale, riportando le due donne a ballare insieme.
Non c’è più il palco dell’inizio, né la coach che impartisce ordini, né la necessità di dimostrare qualcosa. C’è soltanto una canzone che appartiene alla loro storia e un movimento che sembra riemergere da un tempo ormai lontano. La danza assume così un valore che va oltre il semplice momento di tenerezza: quando la memoria comincia a dissolversi, è il corpo a conservare gesti, ritmi, sensazioni. Olivia forse non riesce più a trattenere tutto ciò che ha vissuto, ma quel movimento condiviso sembra restituirle, almeno per un istante, qualcosa che ancora riconosce.
La scena funziona proprio perché non cerca una soluzione al dolore, ma trova nel gesto una forma di resistenza alla perdita. La danza diventa memoria attraverso il corpo, un modo per custodire ciò che le parole non riescono più a trattenere. È qui che Io che non vivo trova la sua immagine più compiuta: non nella malattia, ma nel legame che continua a esistere anche quando la memoria vacilla. La mente può dimenticare, ma un gesto, una musica, una presenza possono ancora ricordare al posto suo.
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