VENEZIA – Una donna cammina lentamente per Piazza Santa Croce. È zoppa, il volto segnato da cicatrici che raccontano una tragedia. Arriva davanti a un ristorante, entra e raggiunge un tavolo apparecchiato per due. Si siede. Ordina del vino e un piatto di pasta. Per due. Ma davanti a lei non c’è nessuno.
È da questa scena, semplice e insieme dolorosa, che prende forma Dinner with Dante, il cortometraggio diretto da Cecilia Miniucchi e scritto da Katherine Schimmel, premiato con il Premio Kinéo come miglior cortometraggio alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non c’è bisogno di mostrare una battaglia, un’esplosione o un campo di guerra. La guerra è già tutta lì: nel corpo ferito della donna, nella sedia vuota di fronte a lei e, soprattutto, in quel gesto apparentemente normale di ordinare ancora una cena per due. Perché per lei il tempo si è fermato. Il mondo è andato avanti, la guerra è finita, le generazioni sono cambiate. Ma quella sera in cui ha perso il suo promesso sposo continua a ripetersi.
Dinner with Dante racconta proprio questo: la guerra può finire, ma le sue conseguenze no. La protagonista torna ogni sabato nello stesso ristorante affacciato su Piazza Santa Croce e continua a compiere il suo rituale. Mangia, aspetta, ricorda. Nella sua mente, l’uomo che ha perduto è ancora lì. E mentre intorno a lei Firenze cambia volto, lei rimane intrappolata nello stesso istante. La piazza diventa così un luogo fuori dal tempo, quasi un palcoscenico sul quale scorrono decenni di storia. Cambiano gli abiti, le persone, le atmosfere, ma la donna è sempre lì. Immobile come la statua di Dante Alighieri, alla quale affida i suoi pensieri. Il poeta diventa un interlocutore silenzioso, l’unico testimone di un dolore che non riesce a trovare una conclusione. Dante osserva la vita passare; lei, invece, è rimasta prigioniera del passato.
Il bianco e nero accentua questa sospensione. Non esiste una separazione netta tra ieri e oggi, tra ricordo e presente: tutto sembra appartenere allo stesso tempo dilatato nel quale vive la protagonista. La scelta visiva non è soltanto una questione estetica, ma contribuisce a costruire la dimensione emotiva del cortometraggio. A rendere credibile questo universo è soprattutto Gaia Bottazzi, chiamata a interpretare un personaggio che racconta moltissimo senza quasi parlare. Il corpo ferito, il modo di camminare, il volto e soprattutto gli sguardi, intensificati dai primi piani, diventano parte integrante della narrazione. In un film costruito sul silenzio, l’interpretazione passa inevitabilmente attraverso i dettagli. Anche la voce femminile fuori campo, che accompagna il cortometraggio, sembra provenire da un luogo interiore: una voce che può appartenere alla protagonista, ma che finisce per farsi anche eco di tutte quelle vittime che la guerra ha costretto a convivere con ferite impossibili da vedere.
Miniucchi sceglie di non raccontare la guerra attraverso la storia, ma attraverso una persona qualunque che quella storia l’ha subita sulla propria pelle. Ed è proprio questo cambio di prospettiva a spostare l’attenzione dalla guerra come evento alla guerra come conseguenza. Il cortometraggio attraversa così i decenni senza mai perdere il suo centro: la memoria. La protagonista non riesce a lasciare andare il passato perché farlo significherebbe, in qualche modo, accettare definitivamente l’assenza dell’uomo che amava. Il suo rituale è dolore, ma anche resistenza. Continuare ad apparecchiare per due significa continuare a tenere in vita qualcuno che non c’è più.
E allora quella cena assume un significato diverso. Non è semplicemente una donna che aspetta un uomo che non arriverà. È una donna che aspetta che il tempo faccia ciò che il tempo, a volte, non sa fare: guarire.
Dinner with Dante è un cortometraggio sulla guerra, dunque, ma soprattutto è un film sul dopo. Sul momento in cui tutti tornano a casa, le città ricominciano a vivere e la storia passa oltre, mentre qualcuno rimane fermo davanti a una sedia vuota. Perché la guerra può finire. Il tempo può andare avanti. Ma per chi resta, certe assenze continuano ad avere un posto a tavola. E quella cena, per due, continua.
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