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RECENSIONI I La Maison des Femmes, il diritto di non perdonare

Melisa Godet esordisce nel lungometraggio con un racconto corale che trasforma la realtà del centro antiviolenza di Saint-Denis in un luogo cinematografico di ascolto e resistenza. Con Karin Viard, Laetitia Dosch, Oulaya Amamra e Eye Haidara.

MILANO – “Mi hanno detto che per andare avanti devi perdonare, ma non voglio”.  Si apre con questa frase tagliente e necessaria il lungometraggio d’esordio di Melisa Godet, La maison des femmes, un’opera che rifiuta fin da subito la retorica tossica della riconciliazione a tutti i costi e si fa portavoce di una rivendicazione irrinunciabile di rabbia e giustizia. Perché noi donne siamo stanche e arrabbiate. Il film diventa così un vero e proprio manifesto storico, che dà voce alla realtà concreta ed esistente della Maison des Femmes di Saint-Denis, alla periferia di Parigi. Non si tratta di un semplice racconto corale, ma di un mosaico di donne che restituisce con straordinaria accuratezza un panorama reale e globale, fatto di violenze, femminicidi, abusi e discriminazioni che investono il mondo intero e che vanno combattuti e sradicati a partire dalle fondamenta.

Al centro della struttura ci sono le operatrici, interpretate con grande intensità da Karin Viard, Laetitia Dosch, Oulaya Amamra e Eye Haidara, che offrono ascolto, assistenza e supporto legale, pur facendo i conti con le proprie difficoltà e fragilità. Per dare vita a tutto questo, Godet compie un ottimo lavoro di sceneggiatura, puntando sulla sottrazione: svuota la messa in scena da tecnicismi sperimentali per abbracciare una linearità e una semplicità rigorose. Le scene di violenza e i soprusi non vengono mai rappresentati esplicitamente; al contrario, il film rompe la quarta parete facendo sedere lo spettatore letteralmente accanto alle protagoniste e alle pazienti, trasformando l’esperienza della visione in un vero e proprio posto sicuro in cui mettersi in ascolto senza giudizio.

Le storie che emergono compongono un affresco doloroso e quotidiano, ma il film rifugge la commiserazione per raccontare i centri antiviolenza come laboratori di rinascita, di costruzione di libertà e di riappropriazione della propria esistenza. L’opera lancia un forte appello alla solidarietà e alla movimentazione di risorse, ricordando che questo sistema millenario di sopraffazione può essere smantellato solo attraverso l’educazione, la consapevolezza politica e una presa di coscienza collettiva. È un’opera necessaria che scuote e che funziona proprio grazie alla solidità della sua scrittura, bilanciando dramma e quotidianità. A suggellare questo percorso collettivo di resistenza e di sorellanza, a restare impressi alla fine della visione sono le parole della dottoressa Diane: “Anche se oggi ci sembra di svuotare l’oceano con un cucchiaino, ci tengo a dirvi che sono estremamente fiera di farlo con voi”. Un promemoria indelebile di quanto un piccolo gesto, una rete di supporto e una lotta condivisa possano fare la differenza.

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