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Lo sguardo di Emma: quando la libertà passa attraverso il corpo

Presentato in anteprima regionale all’Ortigia Film Festival nella sezione Cinema Women, il primo lungometraggio di Marie-Elsa Sgualdo racconta la storia di una ragazza che, dentro una società abituata a decidere per lei, impara lentamente a scegliere da sola.

ORTIGIA – Nel 1943 Emma ha quindici anni e vive in un piccolo villaggio svizzero al confine con la Francia. Davanti a una commissione deve rispondere alle domande necessarie per ottenere un premio alla virtù, che potrebbe permetterle di studiare da infermiera. Emma parla di sé, mostra di avere capacità e ambizioni. Ma quando le chiedono del rapporto con la madre, sceglie di tacere. È un silenzio piccolo, quasi impercettibile, ma dice già molto della ragazza che il film accompagnerà nel suo percorso. Emma sa lavorare, obbedire, essere utile agli altri. Quello che ancora non sa fare è scegliere per se stessa.

Lo sguardo di Emma racconta soprattutto la nascita di questa consapevolezza. Non è soltanto la storia di una ragazza che subisce una violenza e ne affronta le conseguenze. È anche il racconto di una società nella quale il corpo femminile viene osservato, giudicato e regolato, come se non appartenesse davvero a chi lo abita.

Emma lavora come domestica nella casa del pastore Robert, interpretato da Grégoire Colin. Cuce, pulisce, si occupa della casa e svolge ogni compito con una naturalezza che la rende quasi invisibile. Ma è proprio lì che emerge la sua intelligenza. Robert se ne accorge e arriva persino a dire che forse sarebbe meglio dare i libri a lei invece che alla propria figlia. In quella frase c’è una delle contraddizioni centrali del film: Emma avrebbe le capacità per costruirsi una vita diversa, ma il mondo intorno continua a considerarla soprattutto per ciò che può fare per gli altri. Il pastore diventa così anche una figura paterna, capace di incoraggiarla ma anche di rimproverarla. Tra loro nasce un rapporto sincero, che sembra offrirle uno spazio in cui sentirsi finalmente riconosciuta.

La regista, però, evita di rappresentare quella comunità come un luogo semplicemente oscuro. Al suo interno esistono affetti, relazioni autentiche, persone capaci di voler bene. Il problema è che, quando arriva il momento decisivo, sono le regole della società a pesare più delle intenzioni dei singoli. La svolta arriva con la violenza che Emma subisce da un giovane ospite della comunità. La ragazza rimane incinta e, da quel momento, tutto ciò che sembrava possibile si restringe. Il film non usa l’aggressione soltanto per trasformare la protagonista in una vittima. La conseguenza più dolorosa è che, da quel momento, gli altri cominciano a parlare al posto suo. Emma prova a reagire da sola e cerca persino di abortire. Ma anche in questa scelta il suo corpo non le appartiene fino in fondo. Il medico decide che il bambino deve nascere. La comunità stabilisce quale debba essere la strada da seguire. Il matrimonio appare come una soluzione quasi obbligata.

Paul, il giovane innamorato di Emma che decide di assumersi la responsabilità del bambino, non è un personaggio crudele. Ed è proprio questo a rendere il suo ruolo più complesso: anche chi vuole accettare Emma può finire per non lasciarle lo spazio necessario per scegliere davvero. Il matrimonio, infatti, non la salva. La protegge soltanto sul piano formale, mentre sul piano emotivo la costringe ancora di più dentro una vita che non sente sua. Quando Emma comprende il prezzo di quella protezione, il film comincia a cambiare direzione.

Marie-Elsa Sgualdo lavora soprattutto con le immagini. Nella prima parte domina una fotografia fredda e dai toni scuri, che rende gli spazi quasi claustrofobici. La macchina da presa si avvicina ai volti, alle mani, agli oggetti, ai piccoli movimenti del corpo. Sono dettagli che raccontano Emma prima ancora delle sue parole: mentre lavora, ascolta, abbassa gli occhi, cerca di trattenere ciò che prova.

È un cinema fatto di silenzi, posture e sguardi. E questa è forse la scelta più riuscita di questa opera prima: non spiegare continuamente Emma, ma lasciare che sia il suo corpo a raccontarla.

Lila Gueneau costruisce il personaggio proprio attraverso questa sottrazione. La sua Emma non mostra subito la propria forza. La fa emergere lentamente, dentro esitazioni, fragilità e silenzi. Sono soprattutto gli occhi a raccontare la trasformazione. Quando pronuncia la frase «Signore, proteggimi dalla vergogna, per favore», tutta la contraddizione del personaggio diventa evidente: da una parte c’è ancora la ragazza profondamente legata alla fede e alle regole con cui è cresciuta; dall’altra c’è una donna che comincia a capire che la propria vita non può essere decisa da quella stessa morale.

Il film diventa allora interessante proprio perché l’emancipazione non arriva attraverso un gesto improvviso. Emma non decide da un momento all’altro di essere libera. Ci arriva passando attraverso una serie di fratture. La prima riguarda il matrimonio, la seconda il rapporto con la madre. Anche su questo punto la registaevita una soluzione troppo semplice. La madre non viene trasformata nel personaggio colpevole da assolvere. Le sue scelte vengono legate alla propria storia, al dolore vissuto e all’impossibilità di costruire una vita diversa. Quando finalmente riesce a spiegarsi e a chiedere perdono, Emma può ricomporre quella frattura. Ma riconciliarsi non significa tornare indietro. Significa trovare la forza per andare avanti.

Emma lascia così la casa del marito insieme al figlio. Quando lui torna per cercare di riprendersi almeno il bambino, lei non accetta più di essere riportata dentro un destino deciso da altri. Sceglie il lavoro, la fatica, i turni di notte. Una vita economicamente difficile, ma finalmente sua. La parte finale assume così un significato molto concreto. Se all’inizio il corpo di Emma era continuamente controllato e giudicato, alla fine quel corpo balla. Emma danza con le amiche, ride, beve, si muove senza più doversi trattenere.

Non è soltanto una scena di felicità. È il momento in cui Emma torna realmente in possesso di se stessa. Il rischio di una conclusione così simbolica sarebbe quello di diventare didascalica. Sgualdo lo evita perché ci arriva dopo un lungo processo di compressione. La libertà non viene proclamata: viene mostrata attraverso un corpo che, finalmente, non deve più chiedere il permesso di esistere. Anche la Seconda guerra mondiale resta sullo sfondo, senza diventare il centro del racconto. La regista sceglie una prospettiva intima e quasi domestica per raccontare un’epoca in cui la guerra si avverte nel clima generale, nella rigidità della comunità, nella presenza della frontiera. Ma la battaglia più importante si combatte altrove: dentro una casa, dentro una famiglia, dentro il corpo di una ragazza.

Lo sguardo di Emma non è un film perfetto. In alcuni passaggi il percorso della protagonista appare fin troppo leggibile e alcune svolte narrative appartengono a un cinema di formazione femminile già molto frequentato. Ma la regia mostra una sensibilità autentica nella costruzione dell’atmosfera e, soprattutto, nella capacità di raccontare esperienze che non hanno bisogno di essere urlate per lasciare il segno. Il risultato è un’opera prima che trova la propria forza soprattutto nelle immagini: nei primi piani, nei silenzi, nelle mani che lavorano e negli occhi di una ragazza che, poco alla volta, smettono di cercare l’approvazione degli altri.

All’inizio Emma viene guardata dagli altri. Alla fine è lei a guardare il mondo. Ed è forse proprio in questo passaggio che Lo sguardo di Emma trova il suo significato più profondo.

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