VENEZIA – Per raccontare la storia degli Oasis, Don’t Look Back in Anger sceglie di non partire dagli Oasis. Parte da chi li ha aspettati. Da chi, dopo anni di litigi, separazioni e parole che sembravano impossibili da cancellare, non ha mai smesso di credere che Liam e Noel Gallagher potessero tornare insieme. È questa la scelta più sorprendente e, forse, più cinematografica del documentario presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e prodotto da Disney+.
L’apertura è costruita come un’esplosione. Pochi frame, immagini di repertorio, concerti, volti, urla, la parabola vertiginosa di una band capace di trasformarsi in fenomeno mondiale. Il montaggio procede rapidamente, quasi a voler condensare in pochi istanti l’ascesa e la caduta degli Oasis, fino ad arrivare alla loro separazione. È una partenza che non concede tempo per la nostalgia: prima ancora di raccontare il ritorno, il film ci ricorda quanto fosse dolorosa la fine.
Poi il ritmo cambia. Cardiff diventa il luogo della ripartenza, ma il palco non è il vero centro del racconto. Al centro ci sono le persone che aspettano sotto quel palco. È una scelta importante perché sposta il punto di vista dalla biografia della band alla sua eredità. Fan inglesi, brasiliani, cinesi, americani e provenienti da diverse parti del mondo raccontano il rapporto con la musica degli Oasis, ma soprattutto raccontano se stessi attraverso quella musica. E qui il documentario trova la sua idea migliore: gli Oasis diventano il pretesto per raccontare il modo in cui le canzoni entrano nelle vite delle persone e finiscono per diventare memoria.
Una canzone può essere legata a un amore, a una separazione, a una perdita, a un’amicizia, a un momento preciso dell’adolescenza. Wonderwall, per esempio, smette di essere semplicemente una canzone degli Oasis e diventa qualcosa di personale: il ricordo di chi l’ha ascoltata in una determinata notte, di chi l’ha cantata per sentirsi meno solo, di chi l’ha trasformata nel proprio pezzo di vita. È qui che il documentario supera il racconto musicale e diventa cinema. Perché il tema non è più soltanto chi siano stati gli Oasis, ma cosa succeda a un’opera quando smette di appartenere al suo autore. Le canzoni sono state scritte da Liam, Noel e dagli altri musicisti della band, ma il loro significato, ormai, è nelle mani di chi le ha ascoltate. Ed è attraverso questa appropriazione emotiva che il film riesce a spiegare perché la reunion abbia avuto un impatto tanto forte.
Gli Oasis non sono semplicemente tornati. Sono tornati dentro la memoria di chi li aspettava e hanno cambiato la narrazione della band. Ed è proprio da questa prospettiva che il documentario arriva ai due fratelli Gallagher.
Liam è esattamente il personaggio che il pubblico conosce: irriverente, provocatorio, sprezzante, spesso volgare, apparentemente incapace di rinunciare a quella postura da rockstar che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Ma Don’t Look Back in Anger è interessante quando riesce a mostrare ciò che esiste dietro questa maschera.
La sua aggressività non viene necessariamente presentata come un difetto da correggere. Al contrario, sembra essere parte integrante del suo modo di vivere il rapporto con gli Oasis. Anche la provocazione diventa, paradossalmente, una forma di appartenenza. Liam può continuare a essere Liam proprio perché gli Oasis, per lui, non sono mai stati davvero una storia chiusa.
Noel, invece, appare più controllato, più riflessivo e molto più disposto a guardare indietro. Ed è proprio attraverso di lui che il film trova alcuni dei suoi momenti più autentici. Quando racconta di essersi girato durante alcuni concerti perché si stava commuovendo e non voleva che il pubblico lo vedesse piangere, il personaggio pubblico lascia spazio all’uomo. È un momento importante perché il documentario non ha bisogno di sottolinearlo troppo: basta quell’immagine per incrinare definitivamente la mitologia dei fratelli Gallagher.
Per qualche secondo non ci sono più Liam e Noel, le rockstar, i due fratelli eternamente in conflitto, i protagonisti di una delle rivalità più raccontate della storia del rock. Ci sono semplicemente due persone adulte davanti a qualcosa che avevano smesso di considerare possibile. E allora anche quando Noel definisce Liam “incantevole”, una parola apparentemente semplice acquista un significato preciso. Dopo decenni di insulti e contrapposizioni, quella definizione sembra quasi una dichiarazione d’affetto pronunciata senza protezioni. Non cancella ciò che è successo, ma suggerisce che il tempo abbia modificato il modo in cui entrambi guardano al passato.
È questo il punto in cui Don’t Look Back in Anger trova la propria vera materia. Non la reunion, ma ciò che rende possibile una reunion. Il film non vuole infatti trasformare la riconciliazione dei Gallagher in una favola. Non racconta due fratelli che improvvisamente dimenticano tutto ciò che è accaduto. La loro storia rimane fatta di contraddizioni, differenze e ferite. Quello che cambia è lo sguardo. Ed è significativo che questo cambiamento non venga raccontato soltanto attraverso le parole dei Gallagher, ma soprattutto attraverso la reazione del pubblico.
Perché la domanda implicita è: dopo tutto questo tempo, cosa succede quando una band che sembrava perduta torna davanti alle persone che l’hanno amata? La risposta arriva attraverso immagini di folle immense, persone che cantano, si abbracciano, piangono, saltano. La macchina da presa non si limita a documentare i concerti: osserva la folla come una massa viva, quasi un unico organismo che conosce ogni parola prima ancora che venga pronunciata.
Il pubblico diventa così uno dei veri protagonisti del film. E questa è probabilmente la scelta più intelligente del documentario. Perché quella folla non rappresenta soltanto il successo commerciale della reunion. Rappresenta la persistenza di un legame. Gli Oasis si erano separati, ma la loro musica non aveva mai smesso di circolare. Era rimasta nelle case, nelle cuffie, nelle automobili, nei ricordi di chi era diventato adulto ascoltandola. Quando Liam e Noel tornano sul palco, quindi, non devono davvero ricostruire quel rapporto: devono semplicemente riattivarlo.
In questo senso, la reunion appare quasi come un rito collettivo. E poi arriva Manchester, e il tono del film cambia ancora. Qui la musica si confronta con il dolore e con la memoria di una tragedia che ha segnato profondamente la città. Le canzoni degli Oasis acquistano un significato ulteriore: diventano uno spazio nel quale una comunità può ritrovarsi, condividere un dolore e trasformarlo in qualcosa di collettivo. È un passaggio delicato, perché avrebbe potuto facilmente scivolare nella retorica. Il documentario, invece, sceglie ancora una volta di lasciare parlare le persone e di affidarsi alle immagini. Ed è proprio questo a rendere il momento più efficace: non serve spiegare fino in fondo cosa significhi una canzone quando si vedono migliaia di persone cantarla insieme.
Dal punto di vista cinematografico, Don’t Look Back in Angertrova la propria forza soprattutto nel montaggio e nella costruzione dello spazio collettivo. Le immagini d’archivio dialogano con quelle della reunion, i volti dei fan con quelli dei Gallagher, i luoghi della memoria con quelli dei nuovi concerti. Il film procede continuamente tra passato e presente, ma senza trasformarsi in una semplice cronologia. Non vuole raccontare tutto. Gli eccessi, le droghe, gli scandali, le liti e tutto ciò che ha alimentato per anni la mitologia degli Oasis rimangono sullo sfondo. Non perché non siano importanti, ma perché il documentario sa che quella storia è già stata raccontata molte volte. Qui interessa altro. Interessa capire cosa rimane dopo. Dopo la rabbia. Dopo la separazione. Dopo gli anni trascorsi lontani. Dopo tutto ciò che sembrava impossibile da ricomporre.
Il rischio di un film del genere era quello di trasformarsi in una celebrazione della reunion, in un lungo omaggio agli Oasis costruito per i fan più fedeli. Don’t Look Back in Anger evita in buona parte questa trappola proprio perché decide di utilizzare la reunion come punto di partenza per parlare di memoria, appartenenza e riconciliazione. È un film sugli Oasis, certo. Ma è anche un film su ciò che facciamo con il nostro passato.
Il titolo, allora, smette di essere soltanto quello di una delle canzoni più celebri della band e diventa la chiave attraverso cui leggere l’intero documentario. Non significa dimenticare ciò che è successo. Significa smettere di permettere alla rabbia di determinare ciò che viene dopo.
È una distinzione importante. Perché Liam e Noel non cancellano il passato. Non possono farlo. La loro storia, personale e artistica, è costruita anche sulle fratture che li hanno separati. Ma possono scegliere di non continuare a vivere esclusivamente dentro quelle fratture. Ed è forse qui che il film trova il suo significato più universale. La storia degli Oasis diventa la storia di qualsiasi rapporto che, a un certo punto, sembra arrivato alla fine. Di quelle persone che non si parlano più, di quelle relazioni che sembrano irrecuperabili, di quei momenti della vita che pensiamo di aver perso per sempre.
Don’t Look Back in Anger non promette che tutto possa essere risolto. Dice qualcosa di più semplice: a volte il tempo non cancella le ferite, ma può cambiare il modo in cui scegliamo di conviverci. E allora il ritorno degli Oasis assume un significato che va oltre il rock. Non è soltanto il ritorno di una band leggendaria. È il ritorno di qualcosa che milioni di persone avevano conservato nella propria memoria e che, per qualche ora, torna a essere presente.
Il documentario lo racconta senza bisogno di costruire una grande morale. Gli bastano le immagini: Liam e Noel di nuovo insieme, un palco, una folla immensa e quelle canzoni che tutti conoscono.Perché, alla fine, la vera reunion non è soltanto quella tra due fratelli. È quella tra una band e il proprio pubblico. E forse è proprio per questo che Don’t Look Back in Anger riesce a trasformare una storia musicale in una storia umana: perché dietro il mito degli Oasis non ci sono soltanto Liam e Noel Gallagher.
Perché alla fine non servono grandi dichiarazioni. Non servono spiegazioni interminabili. Bastano due fratelli sullo stesso palco. E milioni di persone che, dopo averli aspettati per anni, cantano insieme a loro. Senza più rabbia.
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