VENEZIA – Ci sono momenti in cui la vita che abbiamo costruito smette improvvisamente di sembrarci nostra. Non necessariamente perché tutto sia cambiato, ma perché è successo qualcosa che ci costringe a guardare ogni cosa da un’altra prospettiva. È da questa frattura che prende avvio Une femme aujourd’hui, il nuovo film di Robert Guédiguian, presentato in concorso alle Giornate degli Autori della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il film, prodotto da Agat Films, in coproduzione con BiBi Film e ARTE France Cinéma, arriverà in Italia con Officine UBU, che ne cura la distribuzione.
Al centro della storia c’è Juliette, interpretata da Marilou Aussilloux. Ha 35 anni, un lavoro di alto profilo nel settore finanziario, una bella casa, una vita fatta di viaggi e relazioni senza legami. A guardarla da fuori, sembra una donna che abbia conquistato tutto ciò che il mondo contemporaneo le ha promesso: indipendenza, successo, libertà. Poi, durante un evento aziendale, viene aggredita da un collega. E quella sicurezza che sembrava inattaccabile comincia a sgretolarsi.
Ma Guédiguian non trasforma l’aggressione nel punto d’arrivo del racconto. È, piuttosto, l’evento che costringe Juliette a fermarsi e a interrogarsi sulla persona che è diventata. Il trauma rompe un equilibrio che forse era già più fragile di quanto sembrasse e la spinge verso un percorso inatteso, fatto di incontri, relazioni e persone che prima appartenevano a un mondo lontano dal suo. È proprio qui che Une femme aujourd’hui trova la sua dimensione più interessante. Perché non è soltanto un film sulla violenza contro le donne, ma anche una riflessione su cosa significhi davvero essere liberi. Juliette ha costruito la propria esistenza sull’autonomia, sulla capacità di bastare a se stessa, sulla possibilità di non dover rendere conto a nessuno. Ma quando quella certezza viene meno, scopre che forse l’indipendenza non significa necessariamente vivere senza gli altri. Forse significa, al contrario, poter scegliere gli altri.
A questa storia Guédiguian ne affianca un’altra, più intima e inattesa, che riguarda la madre di Juliette. Cathy, interpretata da Ariane Ascaride, scopre infatti una verità rimasta nascosta per tutta la vita: è stata adottata ed è figlia della donna che lavorava come domestica nella sua famiglia. Anche il suo passato, dunque, quello che sembrava il territorio più solido e incontestabile della sua identità, viene improvvisamente rimesso in discussione. Le due vicende finiscono così per incontrarsi e rispecchiarsi. Juliette deve ricostruire il proprio presente dopo una violenza; Cathy deve fare i conti con un passato che non è quello che aveva sempre creduto. Una guarda avanti cercando di capire come continuare a vivere, l’altra è costretta a tornare indietro per capire chi è stata davvero.
Sono ferite diverse, ma nascono dalla stessa domanda: chi siamo quando vengono meno le certezze sulle quali abbiamo costruito la nostra vita?
È una domanda molto vicina al cinema di Robert Guédiguian, regista, sceneggiatore e produttore francese nato a Marsiglia, da sempre interessato alle persone, alle loro fragilità e ai rapporti che le tengono insieme. Il suo cinema parte spesso da storie private per arrivare a raccontare qualcosa di più grande: la società, le disuguaglianze, il senso di appartenenza, la solidarietà. In Une femme aujourd’hui lo sguardo resta però soprattutto sulle persone e sulle trasformazioni che attraversano. E anche qui ritroviamo due presenze fondamentali del suo cinema, Ariane Ascaride e Jean-Pierre Darroussin, accanto a un cast che comprende anche Grégoire Leprince-Ringuet, Gérard Meylan e Lola Naymark. Ma è soprattutto Marilou Aussilloux a portare sulle spalle il percorso di Juliette: una donna che non viene raccontata come una vittima da proteggere, ma come una persona che deve trovare, dopo quello che è accaduto, un modo nuovo di stare al mondo.
Une femme aujourd’hui parla della violenza, ma non si lascia definire da essa. Parla di identità e di tutto ciò che può accadere quando le certezze sulle quali abbiamo costruito la nostra vita improvvisamente vacillano. E, soprattutto, parla della possibilità di ricominciare. Perché a volte è proprio quando ciò che abbiamo costruito va in frantumi che siamo costretti a chiederci quanto, di quella vita, ci appartenesse davvero. Juliette non può semplicemente tornare a essere la donna che era prima. Quello che è successo l’ha cambiata e la costringe a guardare se stessa e gli altri con occhi diversi. Ed è forse qui che sta la parte più profonda del film di Guédiguian: ricominciare non significa rimettere insieme i pezzi per tornare esattamente al punto di partenza. Significa accettare che alcune fratture cambiano per sempre il modo in cui guardiamo la nostra vita. E che, proprio quando non sappiamo più dove tornare, possiamo finalmente iniziare a capire dove vogliamo andare.




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