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TOP CORN | Il Dubbio: la morale senza sconti nel film rivelazione candidato agli Oscar

Due uomini, una verità. L’opera iraniana è di quelle da recuperare. E la trovate su CHILI

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L’Iran è un paese dalle mille contraddizioni culturali. Straziato dalla profonda sperequazione sociale, e dalla rigida stratificazione in classi, in cui lo smodato stile di vita “alla occidentale” e il ferreo ossequio dei precetti fondativi dell’Islam, convivono fianco a fianco quotidianamente. E, su questo scottante confine, gioca cinematograficamente Il Dubbio – Un Caso di Coscienza – che trovate su CHILI -, opera seconda del regista iraniano Vahid Jalilvand (premiato a Venezia, nel 2017, come miglior regista nella sezione Orizzonti), ambientato proprio nella capitale, Teheran. La storia è quella del dottor Kevah Nariman – interpretato da Amir Aghaee – un medico legale integerrimo, sempre scrupoloso nella gestione della professione.

Amir Aghaeein una scena del film.

La sua vita, così come il suo lavoro, viene sconvolta quando, una sera, investe inavvertitamente una famiglia che viaggia a bordo di una motocicletta. Il più piccolo sbatte la testa, sembra non avere nulla ma, purtroppo, muore. Viene così portato nel reparto di medicina legale in cui lavora il dottor Nariman ma, il responso dell’autopsia, pare chiaro: morte per botulismo. I sospetti a questo punto ricadono sul padre, Moosa – con il volto di Navid Mohammadzadeh, anche lui premiato a Venezia -, reo di aver acquistato dei polli a poco prezzo ed averli portati sulla tavola di famiglia.

Navid Mohammadzadeh ne Il Dubbio.

Il principale merito dell’opera risiede nella lucidità con cui Jalilvand scandaglia le profondissime differenze sociali tra i due protagonisti della vicenda, distanti, contrapposti, eppure accomunati da un’unica entità: il dubbio. Un dubbio che logora lentamente l’integrità psicologica dei due uomini, come un tarlo si insinua nella loro mente, rosicchiando qualsiasi parvenza di normalità. E’ stato l’incidente occorso al piccolo Amir ad averlo ucciso, oppure l’intossicazione alimentare da botulismo che i medici hanno diagnosticato con l’autopsia? Il lungometraggio di Vahid Jalilvand trova terreno fertile su cui costruire le proprie fondamenta in questo dilemma irrisolvibile, avviluppato sul senso di colpa lacerante del medico.

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Le parti della ragione.

Così, è il regista iraniano – parlando del soggetto cinematografico scritto a quattro mani con Ali Zarnegar – a suggerire una citazione dello scrittore Rolf Dobelli per avvalorare il suo cinema: “I coraggiosi e gli audaci sono stati uccisi prima che potessero trasmettere i propri geni alle generazioni successive. Gli altri, i vigliacchi e gli assennati, sono sopravvissuti. Noi siamo la loro progenie”. Del resto, il messaggio nel film viene fuori impetuoso: l’individuo comune è codardo per natura, è intimorito dall’esprimere la semplice verità e si rifugia nella menzogna causando atroci sofferenze al prossimo.

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il dolore di Navid Mohammadzadeh.

Ed è ciò che fa Nariman: scarica il fardello di una morte prematura esclusivamente sul padre del bambino, che deciderà di farsi giustizia da solo nei confronti dell’uomo che gli ha venduto i polli contaminati. In un circolo di odio e ingiustizie, dove è inutile comprendere chi sia, davvero, il colpevole. Perché tutti, in un modo o nell’altro, lo siamo almeno un po’. Un film da recuperare.

  • Volete (ri)vedere Il Dubbio? Lo trovate su CHILI

Qui potete vedere il trailer del film: 

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