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The Blues Brothers | Chicago, la coppia Belushi & Aykroyd e i 40 anni di un mito

Dal Saturday Night Live alla leggenda: ma cosa rimane oggi del film cult di John Landis?

the blues brothers

MILANO – Tutto merito di Howard Shore. Il compositore canadese, prima di collezionare Oscar con le sue colonne sonore, suggerì all’amico Dan Aykroyd e a John Belushi il nome The Blues Brothers per i fratelli Jake e Elwood Blues, personaggi nati nel dietro le quinte del Saturday Night Live che di lì a poco sarebbero diventati due leggende del cinema. Era il 20 giugno del 1980 quando The Blues Brothers – lo trovate in digitale su CHILI – uscì in 600 cinema americani. Quello stesso weekend in cartellone c’era anche L’Impero colpisce ancora, secondo capitolo di Guerre Stellari che si aggiudicò i migliori incassi di quel fine settimana.

the blues brothers
Jake e Elwood Blues. Illustrazione di G-10gian82

Secondo gradino del podio per il film di John Landis reduce del successo clamoroso di Animal House con protagonista proprio Belushi. Massacrato dalla critica, The Blues Brothers – un po’ musical, un po’ commedia, un po’ film d’azione – quarant’anni dopo è uno dei titoli più celebri della storia del cinema. Un cult al pari de Il Grande Lebowski o del Rocky Horror Picture Show che ha fatto di quei due fratelli «in missione per conto di Dio» delle icone. Completo nero, cravatta, occhiali da sole e una Dodge Monaco del 1974, la Bluesmobile, con cui sfrecciare per le strade di Chicago per aiutare la Pinguina – Suor Mary Stigmata – e salvare l’orfanotrofio in cui erano cresciuti.

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Illustrazione di Miranda Murrey

Chicago, la città del blues e del jazz – e poi dell’hip hop e del rap, ma questa è un’altra storia -, con la sua metro sopraelevata e i grattacieli, le tavole calde e i negozi di dischi è la co-protagonista perfetta del duo di musicisti galeotti decisi a rimettere in piedi la Blues Brothers Band. Un gruppo (reale) nato per la comune passione di Belushi e Aykroyd per quel genere omaggiato dalla colonna sonora perfetta e quella serie di cameo che da James Brown, Cab Calloway e Pinetop Perkins passano per Ray Charles, Aretha Franklin, Big Walter Horton e John Lee Hooker. E pensare che la produzione aveva storto il naso a leggere quei nomi, considerati troppo vecchi e senza una nuova hit in classifica da anni.

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I Blues Brothers secondo Nicole Roberts

La stessa produzione che aveva stimato un budget da 12 milioni di dollari per realizzare il film ma che si ritrovò a tirarne fuori dalle tasche quasi 30. Una lavorazione turbolenta, tra gli eccessi di Belushi con alcool e droga – parte delle spese erano riservate a rifornire il set di polvere bianca -, le idee contrastati di Aykroyd e Landis su quali scene tagliare dalla sceneggiatura (inizialmente di 324 pagine poi nettamente alleggerite dal regista), le pressioni della produzione e gli incidenti sul set che ospitò, tra i tanti, anche Carrie Fisher, Henry Gibson, John Candy, Steven Spielberg e Twiggy.

Un wallpaper del film

Ma cosa rimane oggi del film? Un sequel, Blues Brothers: il mito continua, che non riuscì a bissare il successo dell’originale, libri, un videogame, addirittura un manga ispirato ai due fratelli Blues, una serie animata e l’accusa (ieri come oggi) di appropriazione culturale (due bianchi protagonisti di una storia che gira attorno ad un genere musicale black con attori afroamericani relegati in ruoli secondari) e un posto di diritto nella cultura pop del Novecento tra lanciarazzi, inseguimenti, esplosioni, nazisti dell’Illinois e vecchie band country alle calcagna.

I Blues Brothers in versione animata

Ma su tutto restano due personaggi incarnati alla perfezione da John Belushi e Dan Aykroyd, tra la comicità irriverente e mai appassita e quei numeri musicali che, da Everybody Needs Somebody to Love e Think, da Minnie the Moocher a quel finale sulle note di Jailhouse Rock con buona parte della crew vestita da detenuti a tenere il tempo con le posate di latta, a quarant’anni di distanza ci fanno ancora parlare di loro.

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Qui potete vedere la scena finale del film:

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