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Quarant’anni e non sentirli: Un Mercoledì da Leoni e il surf come stile di vita

Il 26 maggio 1978 la prima proiezione di un cult. Rivisto oggi? È invecchiato magnificamente

Davanti a Un mercoledì da leoni si commuovono gli uomini. Non esiste niente di più epico e fragilmente maschile di questa pellicola, arrivata al quarantesimo anno di età, eterna e inossidabile celebrazione di una passione, un sentimento. L’amicizia, le strade che si dividono, la vita che separa e quasi mai unisce. E poi il surf, che giunge ad assumere un significato esistenziale: la sfida di ciascuno di noi al ritmo ondivago dell’esistenza, nel tentativo di rimanere in equilibrio perenne e sfangarla, oppure cadere, affondare e mai affogare, e poi ritrovare le forze per tornare a galla, salire sulla tavola e tornare a ballare, di nuovo, sul mare.

“Un amico serve quando hai torto. Quando hai ragione non ti serve a niente”. Sul set, estate 1978.

Opera mitica, Un mercoledì da leoni ha il merito di captare e cogliere, come di rado è riuscito all’arte cinematografica, quel segreto che lega i rapporti maschili: la condivisione di una stessa fede, che nello stesso tempo è uno sport, un gioco, un obbiettivo, un’ossessione, una filosofia. Spesso, una magnifica illusione. Perché Matt (Jan-Michael Vincent), Jack (William Katt) e Leroy (Gary Busey) sono amici, ma prima di tutto sono compagni di giochi: ognuno con le sue diverse complessità caratteriali che – nel corso degli anni – non potranno che attutirsi e allontanare sempre di più i rapporti sorti in gioventù.

Jan-Michael Vincent durante le riprese.

E se il doloroso e struggente finale fa intuire che difficilmente i tre ragazzi incroceranno nuovamente le rispettive strade, è certo che quelle mareggiate che hanno cavalcato insieme rimarranno per sempre nel loro cuore, e che non servirà nient’altro per attribuire a quei legami il valore prezioso dell’amicizia. Senza dubbio, il capolavoro di John Milius, Un mercoledì da leoni è un esempio più unico che raro di cinema che si basa quasi esclusivamente sul mistero dell’epica, a discapito di una narrazione semplice, frammentata in quattro diversi momenti storici, coincidenti con le mareggiate che hanno colpito la California nel 1962, 1965, 1968, 1974.

I magnifici tre: Gary Busey, Jean-Michel Vincent e William Katt.

Sullo sfondo, un’America che cambia, che attraversa le guerre, le controculture, i costumi. Un documento magico, impareggiabile, sulla dolorosa accettazione dello scorrere del tempo e sull’impossibilità di fermarlo, sulla meravigliosa bellezza della giovinezza e sulla sua impietosa transitorietà. Ma anche una riflessione sull’importanza dell’eredità.

“Le estati passavano rapidamente, e spesso non lasciavano traccia…”.

Basti pensare all’epocale ma crepuscolare personaggio di Bear, punto di riferimento per i tre protagonisti, ma anche un uomo che alla lunga distanza soccombe al moto perpetuo degli eventi, il cui senso dell’esistenza è stato quello di tramandare surf. E poi, quel finale, quegli addii, la consapevolezza che indietro non si può tornare, ma che arriverà qualcun altro a sfidare le onde, mosso da “un vento caldo chiamato Santana che porta con sé il profumo di terre tropicali”, e a sua volta sarà ricordato come leggenda.

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