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Paradiso amaro e quel piccolo manuale di talento firmato da George Clooney

Alexander Payne, le Hawaii, la paternità e un grande Clooney: perché rimane un film sottovalutato

George Clooney e Shailene Woodley in Paradiso amaro.

ROMA – Essere un divo di Hollywood ha (sicuramente, eufemismo) i suoi vantaggi, ma ha anche qualche svantaggio. Un esempio? Una volta raggiunto lo status di celebrità, difficilmente qualcuno celebrerà il tuo talento per quello che vale. C’è chi è riuscito abilmente ad evitare questa trappola grazie a scelte oculate (vedi Brad Pitt e DiCaprio) e chi invece no. Nonostante George Clooney abbia vinto un Oscar (nel 2006 per Syriana, miglior attore non protagonista), accade spesso che le sue interpretazioni vengano offuscate dal suo divismo. Paradiso amaro, uscito nel 2011 e tratto dal romanzo di Kaui Hart Hemmings (in Italia edito da Newton Compton), rappresenta forse il caso più evidente. Diretto da Alexander Payne, Clooney è meraviglioso nel ruolo del grigio e mediocre avvocato Matt King.

«I miei amici sul continente credono che solo perché abito alle Hawaii, io viva in paradiso», dice a inizio pellicola mentre, minuto dopo minuto, entriamo nella vita di quest’uomo goffo e senza stile (notare le t-shirt), schiacciato tra responsabilità che non riesce a gestire e due figlie (Amara Miller e Shailene Woodley) che non sa proprio come crescere. La moglie è in coma dopo un incidente nautico e lui scopre anche che lei lo tradiva. Il piccolo mondo di Matt crolla così completamente e Payne si diverte a mostrarci l’universo grigio di quest’uomo a contrasto con Honolulu e il paesaggio meraviglioso che lo circonda. Finito in un buco nero, Matt toccherà il fondo e ricomincerà a risalire, molto lentamente, cercando di capire cosa per lui conti davvero.

La scrittura del film è preziosa, lo si capisce anche dai personaggi di contorno (quello di Beau Bridges, ma attenzione anche a Robert Forster, sempre sottovalutato), e l’uso della colonna sonora amplifica la sensazione di straniamento (ci sono solo brani di artisti hawaiani come Gabby Pahinui) ma è indubbio che il valore aggiunto qui sia proprio Clooney: impacciato, insicuro, incapace di prendere qualsiasi decisione, riesce a far parlare il suo personaggio anche attraverso il corpo. Fateci caso: non si muove mai a proprio agio in nessuna delle situazioni in cui si trova, si sente costantemente fuori luogo e la tristezza non lo abbandona mai, ce l’ha stampata sulla faccia in maniera indelebile lungo tutti i 115 minuti di film.

In altre mani Paradiso amaro avrebbe potuto diventare un melodramma à la Hollywood, un classico tearjerker da fazzoletti e occhi umidi. Invece qui non succede mai, grazie alla regia di Payne, sicuramente, ma anche grazie a Clooney che non chiede mai la nostra pietà, ci porta semplicemente a osservare dall’interno il mondo di questo uomo grigio, cercando di farci riflettere sul fatto che forse – là dentro da qualche parte – c’è qualcosa anche di noi tutti. Per il suo Matt King l’attore ottenne la sua quarta nomination agli Oscar, ma venne battuto da Jean Dujardin per The Artist (scelta discutibile). Ma questo non importa poi molto perché, come sempre, i premi passano, ma i film rimangono.

  • IL FILM | Potete vedere Paradiso amaro in streaming su CHILI
  • SOUNDTRACK | Qui un brano della colonna sonora:

 

 

 

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