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Nomadland | La strada di Chloé Zhao e un (grande) film di resistenza

Protagonista, una dolente e strepitosa Frances McDormand. Al cinema dal 29 aprile

Nomadland
Nomadland

ROMA – Fern ha perso tutto: il lavoro, suo marito e la casa. La colpa? Chissà, magari è stata la Grande Recessione scoppiata nel 2006, magari invece è il mondo che è cambiato, e che di certo non aspetta chi è rimasto indietro. Insomma, Fern non ha quasi più nulla, tranne una vecchia giacca che le ricorda l’uomo della sua vita, e un malconcio furgone con cui si sposta per gli Stati Uniti Occidentali. Nevada, Idaho, New Mexico, California. E di nuovo, ogni anno, lo stesso giro, come quegli uccelli migratori che inseguono il caldo, unendosi ad altri stormi, così da sentire meno freddo, così da sentirsi meno soli. Ed è con la storia di Fern che Chloé Zhao torna al cinema dopo il potente The Rider, dirigendo e scrivendo Nomadland (al cinema dal 29 aprile e su Disney+ dal 30), capace di incantare prima la Mostra di Venezia e poi l’Academy.

Frances McDormand in Nomadland
Frances McDormand in Nomadland

Come in The Rider, anche Nomadland (basato sul libro di Jessica Bruder) è un film di resistenza e di umiltà, di consapevolezza e di accettazione. La dolente Fern, che ha la faccia perfetta di Frances McDormand, è la sintesi di una società produttiva spinta oltre i limiti – e infatti l’unico lavoro stagionale che Fern ottiene è quello in un magazzino Amazon – che prova a cercare (nuovamente) coesione tra i valori universali e ancestrali, tornando sulle rotte migratorie tracciate dalla disperazione della Grande Depressione. Ed è tra la terra ed il cielo che Zhao fa idealmente incontrare John Steinbeck e Dorothea Lange, gli Indiani d’America e l’acciaio arrugginito di città fantasma, mangiate dalla polvere e dalla rabbia. La Fern di Nomadland è piccolissima al cospetto del cosmo idealizzato dalla regista ed enfatizzato da una potenza visiva aggraziata dalle musiche di Ludovico Einaudi.

oscar 2021
Una scena di Nomadland di Chloé Zhao. La fotografia del film è di Joshua James Richards

Tecnica cinematografica ed empatia narrativa, le nuvole bianche del Nevada e la sabbia rossa delle Badlands, in mezzo il viaggio perpetuo di un’America lacerata dal dubbio e dalla precarietà, ma che (ri)trova nell’umanità condivisa la spinta e la forza per andare avanti. Con quei compagni di viaggio che hanno trasformato le loro rughe in storie da raccontare al caldo di un falò, allontanando il gelo di un’altra notte sotto le silenziose stelle. Per immagini e per sensazioni la regista pechinese dipinge il suo bellissimo film, esaltando scrittura e messa in scena, facendo di Fern la metafora degli Stati Uniti in perpetuo movimento: un nuovo posto in cui stare, un nuovo posto da cui scappare. Un ciclo continuo e il bisogno di andare avanti, portando con sé l’essenzialità del ricordo, la speranza del futuro e la certezza che solo la strada può essere chiamata ‘casa’. Rivelatorio.

Qui il trailer di Nomadland:

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