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Moebius, un viaggio nel film più scioccante e imprevedibile di Kim Ki-duk

Entriamo nel mondo cinematografico di uno dei registi sudcoreani più importanti di sempre

Moebius

MILANO – Kim Ki-duk è uno di quegli artisti cinematografici che ha sempre voluto, nel bene e nel male, essere libero creativamente e quindi non avere imposizioni da una produzione o schemi narrativi da seguire. Ogni suo film è scritto, diretto, montato e spesso fotografato da lui; ogni film nasce e si compie sotto la sua ombra, e il suo particolare stile si è tramandato fino alla sua prematura scomparsa lo scorso dicembre a causa del Covid. Spesso la totale libertà è quasi controproducente per un regista, il rischio è quello di diventare ripetitivi, di fare film più per sé stessi che per il pubblico e anche a Kim Ki-duk è capitato con i suoi ultimi due lavori, ma senza questa componente capolavori come Ferro 3, L’isola, Pietà, La samaritana non avrebbero visto la luce e soprattutto Moebius (lo trovate su CHILI),  il suo lavoro più spiazzante, provocatorio e allucinante della sua ampia filmografia uscito nel 2013. Un film muto, che parla di famiglia ed evirazione, che distrugge tutte le strutture cinematografiche per riflettere sulla psiche umana in un modo totalmente disturbante e sconvolgente.

Moebius
Moebius

Una famiglia sudcoreana viene distrutta dall’infedeltà del marito, la moglie non accetta che ogni giorno lui esca con la sua amante e la trascuri come se fosse un’estranea. Una sera il marito torna dalla solita fuga romantica, ma la moglie non riesce più a sopportare questa situazione di incomunicabilità, tradimento e dolore. Decide così prendere un coltello e tentare di evirarlo, di togliere all’uomo la parte che ha dato inizio alla sua sofferenza, ma il marito riesce a fermarla in tempo, a cacciarla dalla stanza da letto e tutto quel dolore che non è riuscita a liberare lo espugna sul figlio, lo evira e poi scappa nella notte. Padre e figlio corrono all’ospedale, viene medicato e rientrano a casa, scossi e increduli per quello che è successo. Il padre ha i sensi di colpa, si sente responsabile per aver fatto soffrire l’unico innocente e decide di farsi evirare per espiare i suoi peccati mettendosi nella stessa situazione del figlio, che però cade in uno stato di depressione e viene deriso per non avere più la virilità necessaria per essere chiamato uomo.

Moebius
Una scena del film

Se il padre da un lato cerca di prendersi cura in ogni modo del figlio, dall’altro il ragazzo si innamora dell’amante del padre, ma non riuscendo a soddisfarla scappa e si imbatte in problemi con la legge che lo porteranno anche ad essere arrestato. Il loro rapporto si ricuce solo dopo che il padre gli consiglia un metodo masochista per simulare un normale rapporto sessuale, è così che entrambi trovano nel dolore quello che hanno perso, lo usano come anestetizzante verso una tristezza infinita causata da quel trauma iniziale. Il figlio riesce anche a trovare il coraggio di tornare dall’amante e avere un rapporto basato sulla sofferenza, facendosi accoltellare alla spalla riesce ad unirsi carnalmente alla donna. I due uomini di casa trovano il modo di fare un trapianto e quindi tornare alla normalità, ma la madre tornerà a casa e distruggerà l’equilibrio che a fatica si era ristabilito aprendo le porte ad un finale dove tutto perde di senso, la razionalità implode su sé stessa e lascia spazio all’inconscio in sequenze surreali che lasciano spiazzati e senza fiato.

Nella mente di Kim Ki-duk
Nella mente di Kim Ki-duk

Moebius non è un film normale, è un’esperienza cinematografica che esplora senza nessun freno il tema della virilità all’interno della società, il rapporto con la propria sessualità in un mondo (soprattutto quello orientale) dove è vista come un tabù e un argomento di poca importanza. Kim Ki-duk fa emergere benissimo il lato animale dell’uomo, totalmente legato alla sua virilità, ai piaceri che prova nella carne e di conseguenza come sia vuoto senza questa componente. Il figlio, dopo aver perso il pene, non è più la stessa persona, non viene più accettato dalla società e tenta in ogni modo possibile di sostituire quel bisogno che sente pulsare ferocemente dentro di lui. Il pensiero fisso del padre non è quello di far capire al figlio che si possa vivere senza, ad accettarsi per chi è realmente, ma è quello di fargli fare un trapianto per ripristinare la situazione di equilibrio, come se l’unica cosa importante fosse il piacere corporale, l’erotismo estremo fine a sé stesso.

Lo sguardo di Lee Eun-woo
Lo sguardo di Lee Eun-woo

Il regista esprime tutto questo tramite un film di rottura dove le parole sono superflue e inutili, dove la camera è sempre in movimento, dove i simboli sono al centro di tutto e solo loro riescono ad avere un senso in mezzo all’insensatezza di ciò che accade. Kim Ki-duk ha sempre superato i limiti visivi e narrativi, ma con Moebius è andato talmente oltre che è riuscito a parlare dell’umanità perché il tema che ha trattato unisce tutti, come un nastro di Moebius che percorre lo stesso percorso all’infinito. L’esperienza cinematografica del film è assurda, angosciante e a tratti disturbante, ma provoca e scatena qualcosa dentro lo spettatore diventando così un film che difficilmente si riesce a dimenticare.

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