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L’Opinione | Perché Springsteen on Broadway è la verità dietro la leggenda

Il Boss si libera dei demoni distruggendo il suo mito. Rinascendo, tra i ricordi e una chitarra solitaria

Springsteen a Broadway.

NEW YORK – 1973, l’ultima traccia del Lato B di The Wild, the Innocent & The E Street Shuffle, a un certo punto dei suoi nove minuti e cinquantacinque secondi, sussurrava ”Hey, baby, won’t you take my hand, walk with me down Broadway. Well mama take my arm and move with me down Broadway”. Quel brano, New York City Serenade, per chi scrive, è il più bello, straziante e profondo di tutti quelli composti dallo storyteller musicale vivente per eccellenza (assieme all’amico Bob Dylan, si intende). E, oggi, in un’altra America, in un’altra vita, in un’altra New York, proprio dietro Time Square, dove luce e ombra si fondono in qualcosa che non esiste, per più di un anno, quasi tutte le sere, Bruce Springsteen ha distrutto, a colpi di parole e note, il suo mito.

Ricominciando d’accapo, come quel bambino che, con la prima chitarra, ci faceva tutto tranne che suonarla. Un re nudo, per oltre 236 volte, al Walter Kerr Theatre di Broadway, piccolo tempio di crudi mattoni e da mille posti a sedere, al 219 West 48th Street. Springsteen on Broadway – diventato uno show pazzesco da due ore e mezza targato Netflix e diretto da Thom Zimmy, oltre che un album –, è uno spettacolo che poi spettacolo non è, essendo molto più simile ad una confessione intima e sincera fatta, soprattutto, a se stesso, fondendo tutta l’essenza di Springsteen: il sangue e i demoni, la speranza e il ritorno, la carne e l’anima.

Dal suo New Jersey alle stelle, dall’albero dietro casa ad un concerto urlato da ottantamila persone. Recita, canta, compone a braccio, The Boss. Racconta la sua infanzia, la sua crescita, la menzogna – dichiara – di essersi inventato tutto, che lui in fabbrica non ci ha mai lavorato, che la Thunder Road è una balla perfetta e bellissima da vendere, e che ora, alla soglia dei settant’anni, abita a dieci minuti da quel posto da cui, ragazzino, voleva scappare senza voltarsi. Perché, una leggenda, ha sempre un fondo di verità. E la verità è che il Boss è semplicemente stanco. Stanco di quel sogno americano che ha pregato per anni, e che oggi, giù al confine, separa una madre e un figlio. Stanco di correre, straziato dal rimorso e dal pensiero di quel papà irraggiungibile, seduto al tavolo della cucina.

Esce forte, dal buio sfumato di bianco del palco del Walter Kerr, l’instabilità di chi cerca uno spazio per sognare. Notti d’estate e alberi di natale, la mamma, la brezza dell’Oceano, sua sorella Virginia, il fido cane, l’amore al fianco di Patti Scialfa, duettando su Brillant Disguise; ma pure, come se fosse una specie di Lenny Bruce, un’incredibile irriverenza e umorismo da palcoscenico, prendendosi in giro, prendendosi alla leggera, come quando, dopo quel capolavoro che inizia con il vestito di Mary, la veranda e Roy Orbison che canta per i solitari, fa la lista di tutti i posti in cui ha suonato e cantato, dalle sagre di paese ai Bar mitzvah, odiando quelli che passavano alla radio, perché lui era più bravo di loro, perché lui era Bruce Springsteen.

Chitarra e voce, rabbia e cuore spezzato, il rock’n’roll come Fede, Springsteen e la sua furia poetica e disillusa cantata in Promised Land, la storia del suo viaggio in macchina che dura da quarant’anni, fermandosi a comporre e ricordare, di quegli amici persi in Vietnam o del sax immortale del ”suo” Clarence Clemons, di Asbury Park o del 9/11. Graffia, il Boss, graffia nel suo tributo, nel suo racconto e nella miglior versione – plasmandola a capolavoro – della sua peggior canzone, Born in the USA, rendendola un blues del Mississipi, oscuro e lacerato, in cui Robert Johnson pare che suoni assieme a lui. C’è tutto, in Springsteen On Broadway, c’è tanto e forse troppo per un cuore che sanguina vita, fantasmi e ricordi. Sfiancato da una corsa che non ha traguardo, verso quel giorno di sole che non arriva mai. Contiunando a ballare al buio.

Qui potete vedere il trailer dello show

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